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Dottrina Sociale e Far West

Well Fare. Fare bene. Fare, e basta. C’è l’idea diffusa che ciò che veramente conta sia la prassi, le cose concrete, le esperienze, i risultati tangibili. Il mondo economico e l’impresa non hanno bisogno di parole, dottrine o discorsi...

Parole chiave: Dottrina Sociale (3), Editoriale (266), Renzo Beghini (54)

Well Fare. Fare bene. Fare, e basta. C’è l’idea diffusa che ciò che veramente conta sia la prassi, le cose concrete, le esperienze, i risultati tangibili. Il mondo economico e l’impresa non hanno bisogno di parole, dottrine o discorsi. Hanno investito così tanto sugli algoritmi e i modelli matematici da essere senza alcun interesse per il ragionamento speculativo e imperativo. A costoro certo non piace sentirsi dire di tornare indietro al “Via!” nel Monopoli dell’esistenza per ripensare ai fondamenti etici della loro attività. E in verità non sono nemmeno stati addestrati a compiere tale ripensamento.
Tutto ciò conferma una certa arroganza diffusa tra gli economisti, incoraggiati dalla deferenza con cui sono trattati dai governi, per cui non sentono il bisogno di confrontarsi con altri saperi, e meno che mai con discipline di tipo umanistico come l’etica, la teologia o la Dottrina sociale. Alcuni giorni fa un amico nordamericano mi ha confidato che la sua società applicando un determinato algoritmo al mercato finanziario in un giorno è riuscita a guadagnare otto milioni di dollari. Uno così che se ne fa dell’etica, della teologia o della Dottrina sociale?
Roba da Far West, il selvaggio Fare West del pensiero.
Ma perché al contrario, noi siamo convinti che il mercato e l’impresa non possano fare a meno di pensiero? Perché l’economia soffre di un problema di natura escatologica, direbbe Gaël Giraud: non sa più a cosa serve.
Perché l’economia non è riducibile alla sua dimensione economica. Quando si riduce l’economico al finanziario, cioè al profitto, si mette in atto una semplificazione che diventa una menzogna, una falsificazione dell’«aggrovigliata trama dell’umana esperienza».
Perché non è sufficiente misurare il valore economico in termini quantitativi, semplicemente in base al Prodotto interno lordo (Pil) pro capite. Il reddito e la ricchezza sono cattivi parametri, specie riguardo al sociale, alla salute, all’educazione, all’eguaglianza e alla giustizia in genere. Tutte le volte che l’economia, la politica, le rivoluzioni sociali e persino la Chiesa hanno pensato di salvare il mondo credendo e crescendo nei numeri, hanno prodotto strutture di potere. E disastri.
Il capitalismo conosce la filantropia, ma non la comunione. È semplice donare una parte dei profitti, senza vedere e toccare le persone che ricevono quelle “briciole”.
L’economia e il mercato non sono un meccanismo efficiente di regolazione degli scambi. Sono soprattutto costume, un ethos che induce cambiamenti profondi delle relazioni umane e del carattere degli uomini che vivono in società. Di qui l’insistenza del papa sul principio di fraternità che deve trovare un posto adeguato dentro l’agire di mercato e non fuori. E se il mercato è un Fare West senza regole né anima, occorrono sceriffi che riportino l’ordine.
Per questo la riflessione ecclesiale sta investendo molto in questi ultimi tempi sull’economia e sull’impresa. La Settimana Sociale di Cagliari e il Festival della Dottrina Sociale di Verona sono esempi indicativi. Abbiamo sentito e ascoltato storie, laboratori, buone pratiche, esperienze, linee guida ed indirizzi. Tutto bene. Ma a una condizione: che la narrazione non si esaurisca nel particolare. Quando un’esperienza non mette radici, non produce pensiero condiviso e si esaurisce in ciò che racconta, quando non dice nulla di significativo al di fuori di sé e si limita a fare, celebra sé stessa. Il sale non fa il suo mestiere crescendo in quantità, anzi, troppo sale rende la pasta salata, ma salvando la sua “anima”, cioè la sua qualità.

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