Editoriale
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Contro corrente cioè comunicare gioia e speranza

Si è posto con la consueta semplicità quale vescovo tra i confratelli riuniti in assemblea per verificare la ricezione dell’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium. Ha rivolto loro un discorso durato poco più di dieci minuti (o, se preferite, lungo meno di un quinto rispetto al testo della prolusione del giorno seguente del cardinale Bagnasco), che comprendeva tre citazioni soltanto: due iniziali dalla Bibbia e una, conclusiva, dalla sua omelia del 13 marzo scorso quando annunciò l’indizione del Giubileo della Misericordia. Quindi si è messo a dialogare con i vescovi, a porte chiuse, senza neppure la presenza consueta dei direttori degli uffici nazionali della Conferenza episcopale italiana. Così papa Francesco, il Vescovo di Roma, all’incontro di lunedì scorso con l’episcopato italiano riunito in Vaticano...

Parole chiave: Editoriale (336), Direttore (5), Alberto Margoni (64)

Si è posto con la consueta semplicità quale vescovo tra i confratelli riuniti in assemblea per verificare la ricezione dell’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium. Ha rivolto loro un discorso durato poco più di dieci minuti (o, se preferite, lungo meno di un quinto rispetto al testo della prolusione del giorno seguente del cardinale Bagnasco), che comprendeva tre citazioni soltanto: due iniziali dalla Bibbia e una, conclusiva, dalla sua omelia del 13 marzo scorso quando annunciò l’indizione del Giubileo della Misericordia. Quindi si è messo a dialogare con i vescovi, a porte chiuse, senza neppure la presenza consueta dei direttori degli uffici nazionali della Conferenza episcopale italiana. Così papa Francesco, il Vescovo di Roma, all’incontro di lunedì scorso con l’episcopato italiano riunito in Vaticano.
Il suo intervento è stato incentrato sulla sensibilità ecclesiale, tema che si potrebbe dare per ovvio e scontato in un’assemblea di vescovi, ma che il Papa ha dapprima precisato in questi termini: «Appropriarsi degli stessi sentimenti di Cristo, di umiltà, di compassione, di misericordia, di concretezza e di saggezza». Perché la Chiesa non è altro rispetto a Cristo, bensì è chiamata a renderlo continuamente presente nella sua prossimità all’uomo del nostro tempo. Quindi ha enucleato ed esemplificato il concetto: avere sensibilità ecclesiale comporta il denunciare con forza la mentalità della corruzione che ha impoverito la società; porta ad uscire verso il popolo di Dio per difenderlo dalle “colonizzazioni ideologiche” disumanizzanti; significa compiere scelte pastorali in grado di tradursi in proposte concrete e comprensibili, senza limitarsi a documenti astratti; vuol dire rafforzare il ruolo dei laici nell’assunzione delle responsabilità di loro competenza; si manifesta nella collegialità, oggi indebolita, e nella comunione capace di diventare condivisione tra diocesi ricche ed altre in difficoltà.
Quindi papa Francesco ha motivato la sua scelta tematica evidenziando che la sensibilità ecclesiale è oggi più debole, in quanto il confronto con i problemi mondiali e la crisi influiscono sull’identità cristiana.
Sono rimasto particolarmente colpito dall’incipit del discorso, laddove Bergoglio ha affermato che la vocazione del cristiano e del vescovo è quella di andare contro corrente. Nulla a che vedere, però con l’idea di una Chiesa sulla difensiva, rinchiusa nel proprio fortino dottrinalmente inespugnabile e pronta ad attaccare lancia in resta per annientare ogni minaccia proveniente da un mondo inesorabilmente malvagio e anticristiano. Per Francesco andare contro corrente oggi significa invece «essere testimoni gioiosi del Cristo Risorto per trasmettere gioia e speranza agli altri». In un quadro internazionale per tanti aspetti sconfortante, dove moltissime sono le situazioni di dolore, di disagio e di tribolazione, il cristiano cattolico è chiamato a testimoniare il Risorto e a comunicare gioia e speranza. Se non è un messaggio rivoluzionario questo!

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