Editoriale
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All’origine del pensiero

La rinascita del sapere in Occidente, dopo l’oblio seguito alla rovina del mondo classico, è legata ai luoghi di educazione e formazione del pensiero, in particolare all’università. Ma ancora prima delle università, il centro della rinascita culturale dopo la fine dell’Impero Romano è rappresentato dall’abbazia...

Parole chiave: Editoriale (336), Renzo Beghini (59)

La rinascita del sapere in Occidente, dopo l’oblio seguito alla rovina del mondo classico, è legata ai luoghi di educazione e formazione del pensiero, in particolare all’università. Ma ancora prima delle università, il centro della rinascita culturale dopo la fine dell’Impero Romano è rappresentato dall’abbazia.
Nel grande sconvolgimento culturale prodotto dalla migrazione di popoli e dai nuovi ordini nazionali che stavano formandosi, i monasteri erano i luoghi in cui sopravvivevano i tesori della vecchia cultura e dove, in riferimento ad essi, veniva formata passo passo una nuova cultura. Ma come avveniva questo?
Innanzitutto e per prima cosa si deve dire, con molto realismo, che non era intenzione dei monaci di creare una cultura e nemmeno di conservare una cultura del passato. La loro motivazione era molto più elementare. Il loro obiettivo era: quaerere Deum, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa. Erano alla ricerca di Dio.
Questa via era la sua Parola che, nei libri delle Sacre Scritture, era aperta davanti agli uomini. La ricerca di Dio richiede quindi per intrinseca esigenza una cultura della parola o, come si esprime Jean Leclercq “nel monachesimo occidentale, escatologia e grammatica sono interiormente connesse l’una con l’altra”. Dalla ricerca di Dio prende definitivamente forma la cultura europea.
Nella loro ricerca di Dio, i monaci si aprono così alla ricerca del sapere attraverso il rapporto con la parola di Dio, con la Bibbia. Due sono le vie percorse dai monaci che anche oggi ci devono far riflettere. La Sacra Scrittura ha bisogno dell’interpretazione, e ha bisogno della comunità in cui si è formata e in cui viene vissuta.
C’è bisogno di una lettura della Parola che vada oltre la “lettera” dei testi e di un discernimento, di un’interpretazione dell’oggi che vada oltre la cronaca dei fatti per coglierne lo “spirito”. E lo scavo della Parola richiede l’immersione in una comunità che faccia della ricerca di Dio uno sforzo comune. Non si può capire davvero che cosa significhi fare cultura se non si coglie l’importanza della vita comunitaria: per questo, uscendo oltre le mura del monastero, anche l’università è costituita come una comunità di docenti e studenti. Un principio questo che vale per l’autenticità di ogni luogo di ricerca del sapere e di formazione umana.
Tanto più per la fondazione Toniolo il cui obiettivo è innescare processi tesi a far emergere il contenuto culturale dell’evangelizzazione come apporto qualificato dei cattolici alla vita del nostro territorio. Perché siamo convinti che “la cultura è un terreno privilegiato nel quale la fede si incontra con l’uomo”.
Per chi sente di non potersi soddisfare di risposte corte, di esperienze misurate, e vuole invece un cielo alto sopra di sé e un oltre ogni traguardo raggiunto o sperimentalmente raggiungibile, è aperto lo spazio di una cultura che non teme la fede, ma da essa si lascia provocare e innestare di interrogativi nuovi. Anche chi non ne accetta le risposte non può che arricchirsi degli spazi nuovi che gli si aprono a partire dalle domande che provengono dalla fede. La vera fede non ha paura degli interrogativi che gli vengono dalle conquiste degli uomini; il vero uomo non ha paura delle domande che la fede gli fa nascere nella mente e nel cuore.

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