Condiscepoli di Agostino
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L’umanità è per natura sociale e assetata di pace

Agostino con i filosofi neoplatonici condivide il fatto che la vita del sapiente è per sua natura sociale (Cfr. De civ. Dei, XIX, 5). Ne è talmente convinto che si domanda che senso avrebbe avuto intraprendere un’opera come La città di Dio, “se la vita dei santi non fosse sociale” (Ivi).

Parole chiave: Sant'Agostino (98), La città di Dio (66)

Agostino con i filosofi neoplatonici condivide il fatto che la vita del sapiente è per sua natura sociale (Cfr. De civ. Dei, XIX, 5). Ne è talmente convinto che si domanda che senso avrebbe avuto intraprendere un’opera come La città di Dio, “se la vita dei santi non fosse sociale” (Ivi). Eppure, citando autori latini, Agostino rileva la colluvie di mali che appesantisce la vita terrena e rende insopportabile il vivere sociale. Citando Terenzio, si esprime così: “Ho preso moglie: quanto misera l’ho vista! Mi sono nati dei figli: altra preoccupazione… ingiustizie, diffidenze, inimicizie, lotta e di nuovo la pace” (Cfr. Ivi). Purtroppo, i contrasti fanno parte del tessuto del vivere sociale. La pace, al contrario, è un bene incerto, perché è nascosta nel cuore fluttuante dell’uomo. Nemmeno tra amici o tra chi dimora nella stessa casa si è certi della pace che abita il cuore umano. Agostino si pone la domanda consequenziale: “Se dunque la casa, comune rifugio in questi mali del genere umano, non è sicura, che dire della città, che quanto è più grande, tanto più il foro è più pieno di liti sia civili sia criminali?” (Ivi). Ma quale valutazione si può esprimere sui processi giudiziari dal momento che nessun giudice è in grado di scrutare la coscienza di chi è sottoposto a giudizio? Dio giudica nella verità, mentre i giudici di questo mondo non si astengono nemmeno dalle torture per affermare la loro verità: “Che cosa sono gli stessi giudizi (processi giudiziari) degli uomini nei riguardi degli uomini? A giudicare sono coloro che non sanno discernere la coscienza di coloro dei quali esprimono il giudizio. Per cui spesso si sentono costretti a cercare la verità che riguarda un’altra causa con le torture dei testimoni innocenti” (De civ. Dei, XIX, 6). Non meglio va nei rapporti umani a livello mondiale: “Dopo la città o urbe segue il mondo intero, il quale, come un oceano, certamente quanto più è grande tanto più è pieno di pericoli” (De civ. Dei, XIX, 7). Interessante l’analisi che Agostino fa delle problematiche connesse con i vari linguaggi esistenti nel mondo a livello comunicativo: “Anzitutto la diversità delle lingue degli uomini aliena l’uomo dall’uomo” (Ivi). Si capiscono meglio muti animali rispetto a persone che non parlano la medesima lingua, sicché “un uomo sta più volentieri con il suo cane che con un uomo estraneo” (Ivi). L’unico conforto nel vivere sociale è il reciproco aiuto tra amici fidati: “Che cosa ci consola in questa umana società strapiena di errori e di travagli se non la fedeltà non finta e il mutuo amore dei veri e buoni amici?” (De civ. Dei, XIX, 8). Tuttavia, non ci è dato nemmeno di essere certi su chi davvero ci è amico: “Spesso si crede amico chi è nemico, o nemico chi è amico” (Ivi).

Ci consola, alla fine, la misericordia che Dio riserva all’uomo nel suo stato di miseria: “E a chi questa grande misericordia di Dio è necessaria se non alla grande miseria umana, tanto gravata dall’ignoranza che facilmente viene ingannata dalla simulazione dei demoni?” (De civ. Dei, XIX, 9). Nessuno, nemmeno i santi, è immune dagli inganni dei demoni. Tuttavia, “in questo luogo di infermità e nei giorni maligni non è inutile questa sollecitudine (questi pungoli di satana), perché venga cercata con più ardente desiderio quella sicurezza, dove la pace è pienissima e certissima” (De civ. Dei, XIX, 10). Tra la beatitudine finale e quella che si sperimenta sulla terra vi è un abisso: “Proprio questa infatti è la beatitudine finale, proprio questo il fine della perfezione, che non ha una fine che lo consuma… questa beatitudine, confrontata con quella che diciamo finale viene trovata piuttosto come miseria” (Ivi)

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