Condiscepoli di Agostino
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In Dio la fonte della felicità e del potere

In tutte le opere di Agostino ricorre il tema della felicità, che lui stesso ha cercato a lungo e ha trovato solo in Dio, nel suo incontro con Cristo Salvatore: “Infatti non fanno felici noi o i nostri figli le ricchezze terrene che devono essere perdute durante la nostra vita o, dopo la nostra morte, dovranno essere possedute da persone che non conosciamo o da persone che non vogliamo (ne entrino in possesso); ma Dio ci fa felici, lui che è la vera ricchezza delle menti” (De civ. Dei, V, 18,1).

Parole chiave: Mons. Giuseppe Zenti (220), Vescovo di Verona (199), La città di Dio (17), Sant'Agostino (52)

In tutte le opere di Agostino ricorre il tema della felicità, che lui stesso ha cercato a lungo e ha trovato solo in Dio, nel suo incontro con Cristo Salvatore: “Infatti non fanno felici noi o i nostri figli le ricchezze terrene che devono essere perdute durante la nostra vita o, dopo la nostra morte, dovranno essere possedute da persone che non conosciamo o da persone che non vogliamo (ne entrino in possesso); ma Dio ci fa felici, lui che è la vera ricchezza delle menti” (De civ. Dei, V, 18,1).
Non solo la felicità, ma anche il potere proviene da Dio. E chi ha ricevuto il potere deve fare in modo da essere stimato e lodato per l’esempio che offre delle virtù di cui si fa testimone, senza mai essere avido di dominio. Non deve essere indifferente alle reazioni dei sudditi, né delle lodi, che indirizza a Dio, per non deludere, né delle critiche malevoli che lo sollecitano a pregare Dio per la salvezza di coloro che ne sono autori: “Certamente vi è differenza tra la bramosia della gloria umana e la bramosia del dominio… Ma chi disprezza i giudizi di coloro che lodano disprezza anche la temerità di coloro che sospettano (fanno insinuazioni), dei quali tuttavia, se è veramente buono, non disprezza la salvezza, in quanto colui che ha le virtù dallo Spirito Santo è di tale giustizia da essere capace di amare i suoi odiatori o voglia avere i suoi detrattori, una volta corretti, come compagni non nella patria terrena ma in quella celeste. Nei suoi estimatori, invece, benché non stimi un gran che il fatto che lo lodino, non sottovaluta il fatto che lo amano e non vuole ingannare coloro che lo lodano e non vuole deludere coloro che lo amano. Pertanto insiste con ardore che piuttosto sia lodato Colui dal quale l’uomo ha tutto ciò che a buon diritto merita di essere lodato. Al contrario, colui che, pur disprezzando la gloria, è avido del dominio supera le bestie feroci sia nei vizi della crudeltà sia in quelli della lussuria. Tali furono alcuni Romani. Anche a questi tali tuttavia il potere di dominare non viene dato se non dalla provvidenza del sommo Dio quando giudica le vicende umane degne di tali domini… Tuttavia quei cittadini che non siano della città eterna, che nelle nostre sacre Scritture viene denominata Città di Dio, sono più utili alla città terrena quando abbiano almeno quella virtù (la ricerca della vera gloria) rispetto al non averla” (De civ. Dei, V, 19).
Coniugando potere e felicità, Agostino afferma che il potere terreno è dato da Dio ai pii e agli empi, mentre concede la felicità del regno soltanto ai pii: “Stando così le cose, non attribuiamo (la facoltà di) dare il potere del regno e dell’impero se non a Dio, il quale dà la felicità nel regno dei cieli ai soli pii, mentre dà il regno terreno e ai pii e agli empi, come piace a Lui, al quale nulla piace ingiustamente” (De civ. Dei, V, 21).
In ogni caso, soprattutto gli imperatori cristiani sono chiamati a governare con giustizia, umiltà e misericordia, ritenendosi solo allora felici: “Noi infatti non diciamo felici alcuni imperatori cristiani perché hanno imperato più a lungo o perché raggiunti da una morte tranquilla hanno lasciato i figli ad imperare o hanno domato i nemici dello stato… Ma li diciamo felici se governano con giustizia, se tra le lingue di coloro che altamente li onorano e fra gli ossequi di coloro che li salutano con eccessiva umiltà non si esaltano e si ricordano di essere degli uomini, se temono Dio, se lo amano, se lo venerano… se per i propri peccati non trascurano di immolare al loro vero Dio il sacrificio dell’umiltà, della misericordia e dell’orazione” (De civ. Dei, V, 24).

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