Condiscepoli di Agostino
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Il culto dei cristiani nei confronti dei martiri

Agostino con gioia riconosce come filosofi “tutti coloro che hanno avuto questa percezione di Dio come Sommo e Vero Bene, in quanto autore delle cose create, luce della conoscenza e bene dell’azione, principio della natura e verità del sapere e felicità della vita” (De civ. Dei, VIII, 9). Tutti costoro, siano ionici siano italici, conclude Agostino, “noi li anteponiamo agli altri e confessiamo che sono più vicini a noi (cristiani)” (Ivi)...

Parole chiave: La città di Dio (25), Condiscepoli di Agostino (90), Sant'Agostino (58)

Agostino con gioia riconosce come filosofi “tutti coloro che hanno avuto questa percezione di Dio come Sommo e Vero Bene, in quanto autore delle cose create, luce della conoscenza e bene dell’azione, principio della natura e verità del sapere e felicità della vita” (De civ. Dei, VIII, 9). Tutti costoro, siano ionici siano italici, conclude Agostino, “noi li anteponiamo agli altri e confessiamo che sono più vicini a noi (cristiani)” (Ivi). E spiega le ragioni della scelta preferenziale nei confronti dei platonici rispetto agli altri filosofi, in quanto “non ignorano che da Dio uno, vero e ottimo ci è stato dato l’essere naturale con cui siamo stati creati a sua immagine; la facoltà di conoscere mediante la quale possiamo conoscere Lui e noi stessi; e la grazia con cui aderendo a Lui siamo beati. Questa pertanto è la ragione per cui fra tutti gli altri noi preferiamo costoro (i platonici), perché, mentre gli altri filosofi hanno logorato i loro ingegni e i loro studi nella ricerca delle cause delle cose e quale mai fosse il modo di imparare e di vivere, costoro, conosciuto Dio, ritrovarono dove fosse sia la causa della costituzione dell’universo sia la luce della verità da apprendere sia la fonte della felicità da bere” (De civ. Dei, VIII, 10, 2).
Agostino precisa il fatto che “discepoli” di Platone furono tutti coloro che si ispirarono alla sua filosofia, a cominciare da Aristotele “uomo di grande ingegno, inferiore al maestro per lo stile, ma superiore di gran lunga agli altri” (De civ. Dei, VIII, 12), fino ai peripatetici e agli accademici, benché i più recenti suoi discepoli abbiano voluto denominarsi platonici. Tra i neoplatonici Agostino annovera Plotino, Giamblico, Porfirio e l’africano Apuleio. È costretto però a riconoscere, con tristezza, che “tutti costoro e gli altri di questa scuola e perfino Platone ritennero che si dovessero fare riti sacri a più dei” (Ivi).
Pur criticandolo sotto molti punti di vista, specialmente la demonologia che ritiene importante la venerazione dei demoni come esseri intermedi tra gli dei e gli esseri umani, e la magia, dedicandovi comunque parecchio spazio, Agostino condivide una affermazione di Apuleio, scrittore suo conterraneo: “Poiché la loro vita (quella dei demoni) ha una durata eterna che cosa c’è di buono se non è beata? È meglio infatti una felicità temporale piuttosto che una eternità misera” (De civ. Dei, VIII, 16). Verso la fine del libro, Agostino evoca la differenza tra il culto dei morti presso i pagani e quello presso i cristiani. Precisa che i cristiani defunti, a partire dagli stessi martiri, rimandano il culto a Dio di cui sono stati testimoni. E anche quando si celebra il culto sulle loro tombe, lo si fa per onorare e rendere grazie a Dio che ha dato loro la grazia della fede e della testimonianza del martirio: “Noi cristiani non istituiamo per i martiri templi, sacerdozio, misteri e sacrifici, perché non essi ma il loro Dio è per noi Dio. Onoriamo certo le loro tombe (memorie) come di persone di Dio sante che fino alla morte del loro corpo hanno combattuto per la verità… Sulle loro tombe si offre il sacrificio a Dio che li ha fatti uomini e martiri e li ha associati ai suoi santi nella gloria del cielo. Con quella celebrazione annuale noi ringraziamo il vero Dio per le loro vittorie, ci esortiamo alla imitazione di tali corone e palme… Noi pertanto non adoriamo i nostri martiri con onori divini o con delitti umani, come fanno i pagani nell’adorare i propri dei; non offriamo loro sacrifici e non cambiamo le loro dissolutezze in misteri” (De civ. Dei, VIII, 27, 1.2).
† Giuseppe Zenti
Vescovo di Verona

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