Commento al Vangelo
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Contemplativi nella storia per rivelare il volto di Dio

Marco 6,30-34

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Parole chiave: Vangelo (171)

Domenica scorsa la liturgia ci ha invitati a riflettere sul tema della missione e del compito profetico, a cui ogni cristiano è chiamato. Nel Vangelo di oggi troviamo invece gli apostoli che, tornati dalla loro missione, esprimono il desiderio di condividere con Gesù tutto ciò che hanno realizzato, i segni compiuti e le parole comunicate. È il desiderio umano di condividere con il maestro l’entusiasmo per quanto vissuto, perché incontrare, evangelizzare, comunicare con amore ai fratelli la propria fede, non può che portare gioia interiore, serenità ed entusiasmo. Si coglie in queste prime parole di Marco: “gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato”, l’energia che i discepoli sentono in loro per quanto compiuto, consapevoli che non grazie alle loro capacità, ma proprio per la loro fede in Dio, è stato possibile incontrare tanta gente nella comunione fraterna. Pensando alla mia esperienza, e all’incontro con tanti amici di fede cristiana e non, confesso che un po’ vado in crisi, chiedendomi se nel mio vivere quotidiano sono capace di trasmettere con entusiasmo, gioia e convinzione la mia fede in Cristo, la serenità interiore che parte dalla consapevolezza di essere amato e accolto da Dio, come figlio unico ed irripetibile. Penso che questo non sia un pensiero solo mio, ma sia comune a più persone, e che interroghi in maniera profonda sul nostro essere testimoni aperti al mondo, al diverso, sapendo fare delle “differenze” un fattore di ricchezza che porta ad una maggiore coesione e conoscenza reciproca. Ho avuto la gioia di partecipare qualche giorno fa all’evento chiamato “Porte Aperte” della comunità islamica che, come ogni anno, ha voluto condividere con la cittadinanza veronese un momento di festa nel periodo dell’anno più importante della religione islamica: il Ramadam. È stata un’occasione unica e molto bella per vivere una profonda esperienza di comunione dei cuori, per cogliere come la spiritualità possa essere un veicolo di condivisione e fratellanza, e che le differenze di religione non diventino barriera, ma piuttosto vie per l’incontro, per l’abbattimento dei muri e dei pregiudizi. Questo è possibile solo se in noi vi è apertura di cuore che nasce dalla consapevolezza del dono ricevuto da Gesù nella sua morte in croce e risurrezione. È proprio nella certezza della nostra identità e del nostro credo, che diventa semplice e arricchente l’incontro, rendendo possibile la testimonianza evangelica. E nel Vangelo di oggi ancora una volta Gesù indica ai suoi discepoli e a ciascuno di noi la via per essere veri testimoni: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”. Gesù chiede ai suoi discepoli dopo tanti incontri umani, parole espresse, segni realizzati, di cercare un periodo di pace e riposo. Prova nei loro confronti una tenerezza come di madre. Ma è anche l’invito a riposare nel deserto del proprio cuore, nella dimensione profonda dell’incontro che rigenera, nello spazio interiore che permette l’incontro con Dio: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia” (Sal 23). Appena accolto il loro racconto, li invita a fare silenzio, perché l’ascolto divenga più profondo, perché il senso di quanto compiuto in mezzo alle folle trovi il suo vero significato e possa essere ricondotto all’artefice di tanto amore e di ogni gesto di carità compiuto. È ancora una volta l’affermazione della dimensione contemplativa, dell’incontro con Dio, che solo può generare vita e speranza. Gesù rivolge l’invito anche a noi, per essere veri discepoli, per portare il Suo amore, la Sua parola di salvezza. È l’invito ad essere contemplativi nella storia, per rivelare il volto paterno di Dio che è amore infinto e misericordia.
Il Vangelo odierno si conclude con la compassione di Gesù per la folla abbandonata, tanto da indurlo a modificare il suo programma e mettersi loro ad insegnare. Quello di Gesù è un sentimento profondo che nasce dal bisogno dell’uomo d’incontrare una parola di vita, che rigenera e sana, raccoglie e offre la speranza di un futuro. Come per la folla anche per ciascuno di noi c’è un momento privilegiato per metterci in disparte e ascoltare la parola che rigenera: è il “riposo” settimanale che è la Messa della domenica. In essa siamo tutti condotti in “disparte” per dialogare con il Signore, nutrirci della sua presenza inesauribile, ricevere una forza capace di sostenerci: “La Parola di Dio ascoltata e celebrata, soprattutto nell’Eucarestia, alimenta e rafforza interiormente i cristiani e li rende capaci di un’autentica testimonianza evangelica nella vita quotidiana” (Papa Francesco, Evangelii gaudium, n. 174).

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