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La Pia Opera mette dentro un Doblò il cuore pro Ucraina

di ADRIANA VALLISARI
Portato altro materiale sanitario e altro al confine 

Parole chiave: Pia Opera (4), Ucraina (14), Verona (185), Solidarietà (63)
La Pia Opera mette dentro un Doblò il cuore pro Ucraina

di ADRIANA VALLISARI
Si sono accorti di lei per caso, passando sotto alla finestra del suo appartamento. Scendevano delle palline di carta: srotolandole, hanno trovato scritto “Aiuto”. È la richiesta disperata di un’anziana ucraina con disabilità, rimasta bloccata in casa, in un quartiere ormai deserto: le scale erano venute giù, l’unica via di fuga, per lei impraticabile, era la finestra. Grazie alla sua prontezza di spirito, la signora è stata salvata. Ma quanti, come lei, sono riusciti a trovare un riparo sicuro dalle bombe? Come ci si mette in salvo dalla guerra, se si è vecchi o si ha una disabilità che rende impossibile la fuga? Si prega che qualcuno venga in soccorso.
Nell’oceano di bisogni, dentro il conflitto scatenato dalla Russia, adesso c’è una goccia in più per aiutare chi è in difficoltà. A Leopoli, città dell’Ucraina occidentale, a 70 chilometri dal confine polacco, dieci giorni fa è arrivato un veicolo attrezzato, reso disponibile dalla Fondazione Pia Opera Ciccarelli di San Giovanni Lupatoto. È la prima casa di riposo, a livello regionale, ad aver risposto, tramite Uneba Veneto, all’appello dell’Ong “Fight for right”, attiva dal 2017 nel campo dei diritti civili e diventata un punto di riferimento per tante persone con disabilità sparse in tutto il territorio ucraino, dove l’assistenza istituzionale era già carente in tempi normali, figurarsi adesso. Il mezzo sarà usato dai volontari dell’associazione per evacuare le persone con disabilità dalle zone di conflitto verso luoghi più sicuri.
«Quando ci è giunta questa richiesta ci è parso giusto e doveroso, in termini umani e cristiani, dare una risposta concreta, potendo mettere a disposizione questo veicolo senza compromettere la normale operatività dei nostri servizi», sottolinea mons. Cristiano Falchetto, presidente della Fondazione. L’iniziativa risponde alla vocazione della Fondazione di rimanere vicino a chi soffre, come insegnò il fondatore, mons. Giuseppe Ciccarelli. «Due anni di Covid hanno evidenziato come gli anziani e le persone con disabilità rischiano di essere ancor più dimenticati nei momenti di fatica e di crisi, ecco perché abbiamo voluto dare il nostro contributo», prosegue mons. Falchetto.
Così, il Fiat Doblò – dato in comodato d’uso, sapendo che potrebbe non ritornare – è stato stipato con mascherine chirurgiche, scatole di farmaci, pannoloni per adulti, due carrozzine e diverse coperte sottovuoto. «Impossibile restare indifferenti – aggiunge Domenico Marte, direttore dei servizi istituzionali della Pia Opera –. Fra il nostro personale (682 dipendenti) abbiamo tre donne ucraine, un’infermiera e due operatrici socio-sanitarie, da anni in Italia, in ansia per le sorti dei loro parenti; sono in corsia con tre dipendenti russe, con cui collaborano, in una bella testimonianza di solidarietà che supera le divisioni».
Il mezzo è stato consegnato a Padova a due volontari che si sono impegnati a portarlo a destinazione. Nella città del Santo è nata l’idea di smuovere le acque coinvolgendo Uneba Veneto, realtà che raduna quasi un centinaio di enti che offrono servizi ad anziani non autosufficienti, persone fragili e con disabilità; un invito alla solidarietà a cui ha risposto, per prima, la Pia Opera Ciccarelli.
Il motore di tutto è stata Iryna Tekuchova, già responsabile nazionale della Lega ucraina contro le discriminazioni e ricercatrice nel settore dei diritti civili delle persone con disabilità nell’ong “Fight for right”, che ora sta frequentando un dottorato in Diritto all’Università di Maynooth, in Irlanda. Decisivo è stato l’apporto del marito Iacopo Maravigna, padovano che lavora a Roma per una multinazionale, come responsabile per il contenzioso internazionale, il quale ha coinvolto nel viaggio Giovanni Barbini, avvocato e compagno di studi di Giurisprudenza. I tre, dopo aver vinto una borsa di studio dell’Università di Padova, avevano frequentato insieme una summer school su diritto, energia e ambiente; Iryna e Iacopo, fidanzatisi nel 2014, erano poi convolati a nozze nel 2018.
«I ponti e le strade distrutti, le case bombardate e i condomini inagibili che vediamo in televisione rappresentano dei limiti invalicabili per le persone con disabilità rimaste senza assistenza – spiega Maravigna –. I volontari dell’associazione “Fight for right”, provenienti da tutto il mondo, dall’inizio del conflitto si sono trovati a organizzare vere e proprie operazioni di soccorso, con limitati mezzi a disposizione ma con l’aiuto di tanti volenterosi; molte persone però non possono essere trasportate con veicoli comuni, occorrono quelli attrezzati, come quello della Pia Opera Ciccarelli: speriamo che altre realtà rispondano alla chiamata, per poter coprire un’area più grande».
In meno di 24 ore, dopo un viaggio di quasi mille chilometri attraverso Italia, Slovenia e Ungheria, il mezzo è stato recapitato il 19 marzo nelle mani dei volontari dell’associazione, passando da un valico di frontiera secondario, tra l’ungherese Barabás e l’ucraina Koson’. «Abbiamo consegnato le chiavi prima della dogana ungherese, poi però ci sono stati dei problemi all’ingresso in Ucraina: i doganieri non volevano far passare il mezzo – racconta Iacopo –. Così, ho attraversato la terra di nessuno, camminando per 1,5 chilometri, e ho cercato di farmi capire dai doganieri, che parlavano solo russo; alla fine, ci hanno fatti passare, a condizione che guidassi io il veicolo». Il Fiat Doblò ora è a Leopoli, città finora toccata solo da alcuni bombardamenti. «Io sono tornato indietro a piedi, poi con Giovanni abbiamo restituito l’auto a noleggio all’aeroporto di Budapest e per mezzogiorno di domenica 20 marzo eravamo già atterrati in Italia – prosegue –. Là non abbiamo visto scenari di guerra, né assistito ad esplosioni, ma tutti erano armati fino ai denti».
Mentre i due amici trasportavano il Doblò a destinazione, Iryna intanto recuperava in aeroporto la sorella Marina, fuggita con mille peripezie da Kiev; la loro mamma, invece, è voluta rimanere a Izmail, nel distretto di Odessa, al confine con la Romania. «Sono dell’idea che bisogna cogliere la palla al balzo, quando c’è la possibilità di fare la differenza», conclude il giovane giurista. Una massima che, in tempo di guerra, vale ancora di più. 

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