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Il caso Ilva, una brutta storia

La fine della migliore acciaieria italiana sarà definitiva, e lascerà dietro di sé un deserto occupazionale. Oggi e per le generazioni future

Parole chiave: Ilva (1), Precariato (1), Sud (2), Economia (14), Lavoro (21)
Il caso Ilva, una brutta storia

Una brutta storia, quella dell’Ilva di Taranto, che rischia una fine ancora peggiore. Ricapitolando: il gruppo indiano Arcelor-Mittal si dichiara pronto a rilevare la più grande acciaieria italiana – il più grande impianto produttivo dell’intero Mezzogiorno. Lo fa rinunciando ad altri siti produttivi in giro per l’Europa, pur di non incappare nelle maglie dell’Antitrust Ue; lo fa perché considera l’acciaieria tarantina tra le migliori quanto a capacità produttiva; lo fa per evitare che finisca nelle mani della concorrenza. Lo fa infine perché il costo non è eccessivo e c’è lo Stato italiano pronto a far di tutto per agevolare l’acquisto e la ripartenza.
Arcelor però detta una condizione: dei 14mila dipendenti, solo 10mila saranno riassorbiti.
Da qui parte una trattativa tra sindacati, ministero per lo Sviluppo economico e azienda. Trattativa naufragata pochi giorni fa, per volontà di alcuni sindacati.
Per buona parte dei 4mila esclusi erano state trovate soluzioni-tampone e/o finanziamenti (notevoli) per agevolare un lungo ricollocamento. Per Cisl e Uil, e per il sindaco della città, c’era da migliorare qualcosa ma sostanzialmente andava bene. Per Cgil e due sigle autonome, no. E Carlo Calenda, ministro pro tempore, non è più la persona giusta con cui trattare. Da qui la decisione del ministro di farsi da parte e di passare il dossier – la patata bollente – al prossimo Governo nazionale.
Perché questo voltafaccia che ha ragioni solamente politiche? Perché si spera che con un nuovo ministro, di altro colore, si ottenga ben di più. Oppure si spinge per tutt’altra direzione: la chiusura dell’acciaieria, inquinante per la città, come vuole decisamente il presidente della Puglia, Michele Emiliano.
Attenzione, la politica sta portando Ilva in due direzioni, escludendo tutte le altre: o la chiusura e il “ricollocamento” di 14mila lavoratori in un Mezzogiorno che di posti di lavoro non ne ha nemmeno mezzo; o mettere la patata nelle capaci quanto vuote e impotenti mani dello Stato. In entrambi i casi, un disastro. Perché la fine della migliore acciaieria italiana sarà definitiva, e lascerà dietro di sé un deserto occupazionale. Oggi e per le generazioni future.
Ci si inventerà casse integrazioni ventennali? Lavori “socialmente utili” per mezza città? Corsi di ricollocamento nelle masserie salentine frequentati da 2-3mila persone alla volta? Ma al di là di questo sperpero per cui non ci sono nemmeno i soldi da sperperare, cosa rimarrà ai figli di questi lavoratori? Chi cancella il presente, che futuro promette?

Fonte: Sir
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