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Evangelizzare in una realtà postcristiana (1)

Alcune riflessioni, meditando sugli ultimi documenti di papa Francesco, sulle sfide che si pongono oggi alla evangelizzazione nei confronti di una cultura postcristiana nella quale “siamo già entrati”

Parole chiave: Evangelizzazione (4), Cultura postcristiana (2)
Don Michele Paglialunga

“Si può dire che oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Che produce uno scarto tra l’operare che ci è abituale e le sue valenze, sicché ciò a cui eravamo abituati non ottiene gli stessi risultati e non ha i medesimi significati. Ciò vuol dire che non solo gli esiti non sono quelli desiderati, ma noi stessi fatichiamo a trovarci espressi nel nostro modo di agire. In realtà siamo già entrati in una realtà postcristiana. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo” (1).

Il logos della fede  

Fin dall'inizio, il logos della fede cristiana è stato influenzato da diversi scenari culturali: Ellenizzazione, Scolastica medievale, Riforma, Illuminismo, Modernismo, Resourcement, Positivismo. Come può il logos della fede cristiana rimanere fedele alla sua identità e, al tempo stesso, essere aperto ai processi culturali che si sviluppano nel nostro ambiente globalizzato e dai molteplici credo religiosi? (2).

Per rispondere a questa domanda possiamo riferirci al discorso che Benedetto XVI tenne all'Università di Regensburg il 12 settembre 2006, in cui sottolineò che «il Dio veramente divino è quel Dio che si è mostrato come logos, e come logos ha agito e agisce pieno di amore in nostro favore». Questo ci ricorda la condizione epistemologica di Agostino per ogni conoscenza della verità: "Non intratur in veritatem nisi per caritatem»" (Contra Faustum) (3) a cui fa eco Dante: “luce intellettual, piena d’amore” (4). L’agape permette al logos della fede cristiana di rimanere aperto ai cambiamenti che la Chiesa vive nel mondo senza cedere a forme di fondamentalismo ed evitando ogni forma di “Benedict Option” (5).

Nella sua prima intervista a La Civiltà Cattolica, papa Francesco ha affermato che "Dio si manifesta in una rivelazione storica, nel tempo. Il tempo inizia i processi, lo spazio li cristallizza. Dio si trova nel tempo, nei processi in corso" (6). Il logos della fede cristiana deve essere pronto a mettere da parte ogni forma di cristallizzazione e di rigidità, a diventare sempre più «un processo di discernimento» nel mondo e nella storia delle culture umane. Papa Francesco descrive questo processo come accoglienza delle «diverse linee di pensiero filosofico, teologico e pastorale» (EG 40). Il logos che informa la fede cristiana non è «una dottrina monolitica difesa da tutti senza sfumature», ma prende forma in una pluralità e diversità sostanziali che aiutano a «manifestare e a sviluppare meglio i diversi aspetti dell'inesauribile ricchezza del Vangelo» (ivi).  

Una società postcristiana

La cultura attuale è legata alla visione del mondo che nasce dalla ideologia della modernità. Quel periodo culturale che inizia con Cartesio (1596-1650) e trova il suo culmine nell’idealismo tedesco. Elemento centrale della modernità è il primato assegnato al soggetto, alla sua capacità di conoscere e di organizzare in modo razionale il mondo. A partire dai secoli XVI e XVII, distrutta l’immagine medioevale di un cosmo teocentrico, l’uomo prende il posto di Dio e diventa il grande architetto della progressiva ed inarrestabile emancipazione dell’intera umanità.

L’illuminismo di Kant aveva smontato la “grande narrazione” di un universo sbocciato dalle mani del Creatore, per essere a sua volta coinvolto da una dispersione soggettivistica sgomenta davanti ai grandi disastri delle guerre e dei conflitti sociali del novecento. 

Vengono a mancare le “sicurezze” della razionalità moderna e si prospetta una nuova era: la postmodernità. Una età assiale che sta alla fine di un’epoca mentre ne sta nascendo un’altra.

La verità sulla persona, nel mutato scenario culturale, non è più data dalla sua identità (indivisa), ma dalle sue relazioni. L’uomo non ha relazioni, l’uomo è le sue relazioni: in esse, per esse e con esse vive e si perde. Il primo indice di un tale processo è la perdita dei ruoli fissi e definiti socialmente: pensiamo alla famiglia (cosa significa oggi essere madre, padre, figlio, marito, moglie?).

Le scoperte scientifiche: Maxwell, Einstein, Plank, Heisenberg, Hoble hanno ormai come presupposto imprescindibile la relativizzazione dello spazio e del tempo (relatività generale e fisica quantistica). La tecnologia diventa fine a se stessa.

Attualmente l’impossibilità dell’oggettività è il primo dogma che viene proposto ai futuri medici, ingegneri, professori di fisica e di matematica, che frequentano le nostre università.

La svolta definitiva è quella antiplatonica, la cui parola d’ordine è: “tutto è qui”; si tratta di quella parola d’ordine che ogni giorno la pubblicità ricorda alle nostre menti e ai nostri cuori. L’uomo postmoderno, di conseguenza, riduce l’orizzonte delle sue attese, limita il suo sguardo al dato, al presente, all’immediato, al sentito, a ciò che è esteriore, visibile, veloce, superficiale, provvisorio. Il reale cede il posto all’apparenza. Il postmodernismo, in quanto fenomeno artistico e filosofico, edonistico e sociale si rivolge verso forme giocose, desiderative, disgiuntive, dislocate o indeterminate, verso un discorso di frammenti ed un’ideologia della frattura, una volontà di disfacimento e un’invocazione di silenzi: va verso tutto ciò ma implica anche il contrario e l’antitesi, non riconosce più valore al “sovra” (personale, storico ecc.). Non c’è più alcun paradiso da attendere e alcun inferno da temere. L’eterno è nell’attimo, il tutto è nella parte. Qui e ora. E nient’altro. Non c’è una scelta contro o pro Dio. Semplicemente non c’è Dio (7).

Un contesto sociale “acentrico” e “complesso” dove un numero crescente di individui sperimenta appartenenze multiple.

Mentre i moderni, concepivano la vita da pellegrini, noi postmoderni ci avventuriamo sui sentieri della nostra esistenza in qualità di vagabondi, di turisti e di giocatori.

Questo cambiamento epocale è stato causato dai balzi enormi che, per qualità, quantità, velocità e accumulazione, si verificano nel progresso scientifico, nelle innovazioni tecnologiche e nelle loro rapide applicazioni in diversi ambiti della natura e della vita. Siamo nell’era della conoscenza e dell’informazione, fonte di nuove forme di un potere molto spesso anonimo (8).

L’uomo postmoderno è così chiamato a prendere posizione non solo sulla singola azione da compiere, ma è costretto ad inventarsi una costellazione di significati con cui assegnare un senso unificato al suo agire.

(continua)

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1. Visita pastorale del santo padre Francesco a Prato e a Firenze (10 novembre 2015). Incontro con i rappresentanti del V convegno nazionale della chiesa italiana. Discorso del santo padre, Cattedrale di Santa Maria del fiore in Firenze.
2. Discernere la fede in una cultura postcristiana, in Civiltà Cattolica 4022, 20 gen. 2018.
3. Agostino d'Ippona, Contra Faustum Manicheum, l. 23, 18.
4. Dante A., Paradiso (XXX, 40).
5. Sce1ta di ritirarsi dal mondo. L’"opzione Benedetto" fa riferimento a san Benedetto da Norcia (morto a metà del secolo VI), che ha esercitato una profonda influenza sul monachesimo occidentale. Cfr A. Concalves Lind Qual è il compito dei cristiani nella società di oggi?, Opzione Benedetto ed eresia donatista.
6. A. Spadaro, Intervista a papa Francesco, in Civiltà Cattolica, 2013 III 468.
7. Cfr. Papa Francesco, Evangelii gaudium, 62.
8. Papa Francesco, Evangelii gaudium, 68.

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