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Vivere e morire da soli “nascosti” in casa propria

Cresce il fenomeno dei clochard domestici: cause e rimedi per contrastare una forma di marginalità tipica del nostro tempo

Parole chiave: Solitudine (10), Isolamento sociale (1), Anziani (27), Povertà (9), Barbonismo domestico (1)
Persona anziana dentro una stanza piena di oggetti alla rinfusa

C’è una nuova frontiera del disagio, poco nota eppure presente anche nella nostra provincia. Si chiama “barbonismo domestico” ed è una formula che descrive chi vive come un clochard, ma dentro le mura di casa. Spesso malnutrito, in condizioni igieniche precarie, con fragilità psicologiche e nella più totale solitudine. Tanto da arrivare, nei casi più estremi, a morire in silenzio, dimenticato dal mondo. Per contrastare questa forma di marginalità i Comuni stanno potenziando la rete di assistenza domiciliare e la distribuzione dei pasti caldi. C’è poi chi, come i volontari della Società San Vincenzo De’ Paoli, prova ad avvicinare chi è solo e a “tirarlo” fuori da casa, offrendo aiuto e occasioni di socializzazione. Piccole, semplici azioni per vincere le paure ed essere più umani.

Quei “clochard domestici” che vivono a fianco a noi
Soli, abbandonati, malati: ogni tanto qualcuno muore e nessuno se ne accorge

Lo chiamano “barbonismo domestico” ed è una frontiera relativamente recente di disagio sociale. Questa denominazione – che a una prima lettura sembra un ossimoro, un controsenso – definisce la situazione di coloro che vivono esattamente come i clochard, ma all’interno di una casa. Spesso hanno vestiti logori e sudici, non si lavano per giorni o addirittura mesi, mangiano poco e, per di più, cibo vecchio e/o avariato. È un fenomeno che rischia di passare inosservato, proprio perché si consuma all’interno di uno spazio privato, fuori dalla vista. Una spirale di disagio che parte sempre dall’isolamento totale, interrotto solo dalle uscite per raccattare cibo dalle mense; un blocco delle relazioni col mondo esterno per nascondersi all’interno di casa propria, celando traumi passati e gravi disturbi psicologici. Tra questi, frequente è quello della disposofobia, l’accumulo di oggetti di ogni tipo che si fa patologico e compulsivo. Tra le mura domestiche finisce così di tutto: prodotti acquistati, raccolti nel corso degli anni e accatastati senza alcuna logica, gettati alla rinfusa, così come avviene – spesso – con i rifiuti, dalle bottiglie di plastica alle confezioni, sino agli avanzi di cibo putrescente, che si mischiano a tutto il resto. Autentiche discariche che vengono scoperte prevalentemente dai vicini per l’odore che emanano. Talvolta nei domicili mancano i servizi essenziali per la persona, perché le utenze sono state interrotte; nei casi peggiori, sono presenti anche animali domestici che, non potendo uscire, orinano e defecano in qualche angolo dell’appartamento. A documentare situazioni di questo genere per il grande pubblico c’era stato qualche anno fa il docu-reality Sepolti in casa, trasmesso in Italia sul canale Real Time; poiché nel programma erano raccontate esclusivamente vicende americane, in molti non avevano percepito l’attualità di questa emergenza anche nel Belpaese. Diverse grandi città però si sono già attrezzate per far fronte a questa piaga sociale – entrata anche nel Rapporto annuale sulle povertà del 2018 della Caritas della Capitale –, ma si scontrano con l’enorme difficoltà di intercettare queste forme di marginalità che si caratterizzano per un isolamento totale. Sono gli invisibili della porta accanto, il “matto” del piano di sotto, il vicino scomodo che si spera di non incontrare sulle scale. Eppure, proprio i vicini possono essere l’àncora di salvezza di queste vite abbandonate: l’occasione, per questi internati volontari, di finire nella rete dell’assistenza sociale dei Comuni e delle associazioni, il primo passo per... uscire di casa.
Andrea Accordini

«Più numerosi laddove la rete civica viene meno»
A Villafranca una risposta dal ComuneIl fatto di cronaca risale a qualche settimana fa. È la storia di un sessantaduenne di origini inglesi, ritrovato nel suo appartamento di Villafranca a distanza di almeno un paio di settimane dalla sua morte. A segnalare la presenza del cadavere, l’odore della decomposizione che ha raggiunto le scale del condominio, allarmando i vicini. Forse è azzardato classificarlo come un caso di “barbonismo domestico”; di certo è stato un dramma della solitudine. Un invisibile, morto nell’indifferenza più totale. E pensare che proprio l’amministrazione di Villafranca aveva annunciato pochi giorni prima un rinnovato impegno per contrastare queste forme di marginalità. «Abbiamo destinato risorse in più nel nuovo bando che stiamo per pubblicare legato all’assistenza domiciliare – conferma l’assessore alle Politiche sociali, Nicola Terilli –. Significa che, una volta che viene individuato il caso, mettiamo in opera le azioni per la totale sanificazione dell’abitazione e la presa in carico della persona attraverso lo strumento della custodia sociale dell’anziano, interagendo con la rete dei servizi». I casi noti al Comune sono circa una decina, ma molti potrebbero essere quelli ancora sconosciuti. Come specificato dal responsabile del settore servizi alla persona, Umberto Bertezzolo, si tratta di un fenomeno più diffuso nei centri medio-grandi, dove vengono meno le relazioni spontanee tra gli individui e a stento ci si conosce tra vicini di casa. Anche su questo fronte il Comune sta lavorando: «Molte situazioni potrebbero essere prevenute se ci fossero segnalazioni puntuali da parte dei cittadini», prosegue Terilli; perciò il tentativo è anche di mettere in atto misure per sensibilizzare il territorio, «una comunità realmente accogliente e attenta alle fragilità deve porsi anche queste questioni: la solitudine, ad esempio, chi non esce mai da casa, l’anziano dimesso che vive in condizioni igieniche precarie... Non ci si può girare dall’altra parte. Occorre allertare la rete dei servizi, che ci sono e possono essere efficaci se avvisati per tempo». Ma quali sono le figure più a rischio di cadere nella trappola del “barbonismo domestico”? «Sono prevalentemente anziani – spiega Terilli –, soli o con legami familiari molto rarefatti, cioè senza figli o con figli lontani per scelta o per necessità. Persone che spesso vivono difficoltà dal punto di vista economico, psicologico – come depressione o incapacità di socializzare – e talvolta sono soggette a dipendenze, soprattutto l’alcol». Solo una parte di questi individui riesce a essere intercettata dal servizio di assistenza domiciliare per non autosufficienti (attivato su sollecitazione della famiglia o di qualche amico). «Entrando nelle abitazioni ci siamo imbattuti in questi casi che i tecnici definiscono appunto “barbonismo domestico” – racconta l’assessore –, situazioni in cui non esiste igiene, vi è un accumulo frenetico di materiale di ogni genere, cataste e cataste; c’è talvolta una mancanza di sicurezza dell’immobile, con cavi elettrici scoperti e contatori manomessi». Spesso è dalle lamentele o dalle denunce dei condomini che i servizi sociali vengono a conoscenza di una situazione e attivano l’iter per la presa in carico del soggetto. «Per queste nuove problematiche, il vecchio modo di erogare servizi di assistenza su richiesta dell’interessato è fortemente inadeguato – prosegue Bertezzolo –: vale per il “barbonismo domestico”, così come per le problematiche giovanili». Ma anche una volta arrivati a contatto con disagi di questo tipo l’intervento non è mai semplice. Trattandosi di un ambiente privato, infatti, la possibilità di accedervi dipende necessariamente dal volere del singolo. «Sono soggetti che spesso non vogliono essere aiutati perché non percepiscono la loro problematica – aggiunge il dirigente –. La casa, nella nostra mentalità, nel sentire comune, è un luogo intimo. Far entrare qualcuno, per di più un estraneo, non è mai semplice». Ancor di più se chi entra ha il compito di rivoluzionare l’aspetto e la condizione dell’abitazione. Occorre una grande attività di mediazione da parte degli assistenti sociali, un lavoro graduale di conquista di fiducia e costruzione di relazione. Solo qualora le condizioni igienico-sanitarie siano allarmanti o sia messa a repentaglio la sicurezza dell’individuo o di altre persone, è possibile un intervento dell’autorità, tramite la Asl o una specifica ordinanza. «Da parte nostra – conclude Bertezzolo – stiamo provando a mettere in piedi una struttura per dare una risposta puntuale. È un tentativo di standardizzare interventi complessi; l’ente pubblico è abituato a lavorare per servizi definibili, mentre qui – quando si entra in un alloggio – non si sa cosa si può trovare e come occorrerà rispondere». Di qui la necessità di avere a disposizione risorse utilizzabili con flessibilità e in tempi rapidi. [A. Acc.]

Anziani e paure: bussare alle porte non funziona più
San Vincenzo: «Bisogna trovare altre strade»

Nella prima metà dell’800 il beato Antonio Federico Ozanam, primo fra i fondatori della Società San Vincenzo De’ Paoli, andava a trovare i poveri nelle soffitte parigine; oggi, invece, i volontari che agiscono nel solco del suo carisma fanno sempre più fatica a entrare nelle abitazioni di chi è in difficoltà. L’impegno è rimasto lo stesso – promuovere la dignità della persona, intervenendo nelle situazioni di bisogno e di emarginazione sociale – ma le modalità si sono adeguate ai tempi, con le visite domiciliari che si sono via via rarefatte. «Purtroppo è così – conferma Franca Erlo, vicepresidente della Società veronese, capofila dei 54 gruppi caritativi presenti in diocesi –. Noi esistiamo a Verona dal 1873 e fino agli anni Ottanta del secolo scorso andavamo massicciamente nelle case a far visita ai poveri. Negli ultimi decenni, però, è diventato più difficile approcciare le persone, soprattutto quelle anziane, restie ad accogliere visitatori tra le mura domestiche». Sono soprattutto coloro che vivono in solitudine a diffidare maggiormente quando sentono bussare o suonare il campanello. Una precauzione spesso adottata in buona fede, seguendo la raccomandazione di non aprire agli sconosciuti e di stare in guardia da possibili truffatori. Questo però ha comportato una crescente difficoltà a intercettare le situazioni di disagio da parte di chi ha intenti caritatevoli. «In generale, osserviamo che ora entrare nelle case richiede percorsi molto lunghi, perciò proviamo ad adottare delle strategie alternative, in base al territorio in cui ci troviamo e alle nostre forze – spiega la referente –. Ad esempio, ci incontriamo al parco oppure al bar, luoghi neutri che aiutano a uscire allo scoperto soprattutto chi ha situazioni familiari complesse. Vediamo poi che se da un lato c’è l’ostacolo di aprire la porta di casa, dall’altro c’è un estremo bisogno di aiuto: emerge non appena si riesce a instaurare un rapporto di confidenza». L’importante è continuare ad “andare verso”, ripetono i volontari. Sono 540 i soci della San Vincenzo sparsi fra città e provincia, aiutati da un altro centinaio di volonterosi che danno una mano all’occorrenza. «Ogni quartiere e ogni parrocchia hanno utenti differenti e quindi bisogni differenti – prosegue Erlo –. Molte conferenze gestiscono un centro di ascolto in parrocchia e lì bussano le persone bisognose: italiani, stranieri, famiglie con minori; anche qualche anziano, ma talvolta siamo noi a intercettarli, accompagnandoli a fare la spesa». Le richieste più frequenti? «Pagamento di bollette, affitto, alimenti: per il cibo rimandiamo agli Empori della solidarietà, di cui facciamo parte con la Rete Talenti; poi ci sono anche povertà morali e psicologiche, per le quali ci si attiva diversamente», risponde la referente. Episodi di barbonismo domestico la San Vincenzo finora non ne ha rilevati. «Ma è difficile dire se un anziano non ci lascia entrare in casa perché vive questo disagio e si vergogna – ammette Erlo –. C’è da dire che in centro storico e nella prima periferia cittadina la povertà materiale è meno diffusa, ma c’è più solitudine. Io faccio parte della conferenza di San Pietro Apostolo in Borgo Trento, zona in cui ci sono molte vedove sole o con badanti; più che chiedere di andare a trovarle, è più facile proporre loro di uscire, invitandole a frequentare attività di socializzazione in parrocchia, come avviene il mercoledì pomeriggio con l’apporto dell’associazione Abitare Borgo Trento». Ogni anno sono fra i settemila e gli ottomila gli assistiti della San Vincenzo nel capoluogo e in provincia. La Società ha pure una casa di accoglienza per uomini senza fissa dimora in città e un’altra a Legnago; ha conferenze che organizzano doposcuola o recuperano il cibo avanzato dalle mense e altre che offrono servizi di guardaroba (persino alla Casa circondariale di Montorio). «Gli indigenti non sono più quelli di trent’anni fa e le nuove povertà hanno tante sfaccettature – conclude la referente –. Noi volontari cerchiamo di aggiornarci e di tenere alta l’attenzione: nei limiti di quello che possiamo fare, ci siamo sempre».
Adriana Vallisari

Soli fino alla fine? Sì, specie in città
Di abbandono si può morire

Carlo-Vinco x sito

Anziani sempre più malati di solitudine. Specialmente in città, dove le relazioni comunitarie appaiono più sfilacciate e, complice il boom degli affitti turistici, il vicino di pianerottolo è sovente uno sconosciuto. Tanto da arrivare, nei casi più estremi, alla morte silenziosa, senza che nessuno se ne accorga. In situazioni del genere si è imbattuto anche mons. Carlo Vinco, oggi parroco di San Luca Evangelista. – Le è capitato di celebrare i funerali di persone decedute in questo modo? «Sì, almeno cinque o sei. Soprattutto quand’ero parroco a Veronetta, una decina di anni fa. Oggi le morti solitarie in casa sono meno frequenti, perché le persone vengono portate più spesso in ospedale e muoiono là». – Avere un tetto sulla testa non salva però dalla condizione di emarginazione assoluta… «No, il problema è serio. Non solo per il finale di una morte causata da eventi fortuiti o accidentali, quanto per un’esistenza trascorsa in solitudine. L’isolamento sociale può condurre alla trascuratezza e aggravare le condizioni di vita di queste persone. Chi ha la fortuna di permettersi una badante è al riparo, ma chi non ha una famiglia dietro le spalle? Temo che il fenomeno sia in progressivo aumento e crescerà ancora, visto che l’età media degli italiani andrà alzandosi sempre più». – La città rischia di essere più colpita dei paesi? «Sì, qui la solitudine è senz’altro più marcata. Nei piccoli centri si sviluppa più facilmente una rete di conoscenza informale, a volte di pettegolezzo, che rende più immediato sapere se ci sono delle situazioni critiche. La città ha questo difetto: le ignora». – Gli anziani una volta erano i custodi della saggezza e pilastri delle famiglie, oggi sono considerati dei pesi da alcuni. Come si può coltivare il senso di comunità nei loro confronti? «Tornando alle semplici attenzioni e sviluppando delle reti di volontariato aggiuntive, anche in parrocchia. A volte basta una telefonata o una parola al momento giusto per non far sentire gli anziani abbandonati». [A. Val.]

Con le mani gli operatori consegnano il cibo e intanto con gli occhi colgono segnali
Il Comune di Verona prepara e distribuisce 400 pasti al giorno e...C’è un servizio pubblico già esistente che funge da vigilanza per i casi-limite: la consegna dei pasti a domicilio, erogata dai Comuni. Quello di Verona ne distribuisce oltre 400 ogni giorno; a recapitarli sono gli operatori della Fondazione Pia Opera Ciccarelli e dell’Istituto assistenza anziani. Accedono alle residenze dei beneficiari, individuati dagli assistenti sociali: sono anziani dai 65 anni in su e adulti in situazione di disagio. «Noi abbiamo formato il personale della consegna a domicilio, che non si limita a lasciare sul tavolo il pasto, ma è allenato a valutare lo stato di salute delle persone e le condizioni igieniche in cui vivono – riferisce l’assessore ai Servizi sociali, il senatore Stefano Bertacco –. Ci sono anche accumulatori seriali di oggetti o individui che non buttano la spazzatura per giorni, però stiamo parlando di qualche unità, non siamo di fronte a un fenomeno di dimensioni eclatanti. Il barbonismo domestico è presente anche da noi, ma non vediamo particolari incrementi negli ultimi anni». I “distributori” dei pasti fungono da sentinelle: quando notano qualcosa che non va, fanno partire la segnalazione ai servizi sociali, che possono coinvolgere anche l’Ulss qualora fosse necessario procedere con bonifiche specifiche. «Per prevenire l’isolamento domestico abbiamo avviato inoltre alcuni esperimenti, prelevando a domicilio un paio di persone e accompagnandole ai centri anziani per trascorrere qualche ora in compagnia – aggiunge l’assessore –. Molto utili, poi, sono i progetti di portierato sociale rivolti soprattutto agli anziani, come quello che va avanti da anni in via Taormina. Visto l’aumento dell’età media della popolazione è importante non abbassare la guardia e potenziare i servizi». [A. Val.]

Vivere e morire da soli “nascosti” in casa propria
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