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Un Paese bloccato

Quel che si continua – volutamente, colpevolmente – a trascurare è che nessuna meta è raggiungibile se l’auto su cui siamo a bordo non funziona

Parole chiave: Economia (49), Stati Generali (1), Ripresa (5), Crisi economica (2)
disegno di struzzo con la testa sotto la sabbia

Già la premessa di una ripartenza basata su “green e grande bellezza” faceva presagire la vacuità di proposte da mettere in campo. Tale che i convocati Stati generali dell’economia sono apparsi fin da subito degli… Stati generici. Vacuità colmabile con qualche buon consiglio dato da qualche buon “tecnico”, vedi alla voce Vittorio Colao; ma assoluta è stata l’indifferenza che ha accolto le proposte presentate dalla task force paradossalmente invocata dallo stesso Governo.
Quindi, che si fa? Idee ce ne sarebbero molte, dalle più efficaci alle più strampalate (l’assurdo bonus monopattini, ad esempio; o il buono per finanziare le nostre vacanze con i soldi prestatici dai riluttanti partner nordeuropei). Quel che si continua – volutamente, colpevolmente – a trascurare è che nessuna meta è raggiungibile se l’auto su cui siamo a bordo non funziona.
La metafora riguarda un apparato pubblico che sta in piedi con gli stecchini già in tempi normali; in momenti eccezionali come questo, o viene profondamente rivisitato, o ci fermeremo alla prima curva. Non ha certo brillato l’Inps, per usare un eufemismo; non sta funzionando la trasmissione di liquidità dallo Stato alle imprese, anche “grazie” a norme e procedure che i nostri colleghi d’oltralpe hanno saltato a piè pari. Non si possono chiedere prestazioni straordinarie a un sistema di riscossione fiscale inefficace di base, vista la colossale evasione che ci caratterizza. La macchina della giustizia (che è soprattutto civile: contratti, lavoro, controversie) non funzionava prima, non funzionerà domani con un colpo di bacchetta magica. La promozione turistica pubblica era inesistente; non si può rimborsare l’Iva alle imprese in… 60 mesi; e così via.
Una controprova l’abbiamo avuta durante il lockdown, quando una bella fetta di impiego pubblico è stato spedito a casa a lavorare, o “a ricevere uno stipendio senza fare praticamente nulla”, come ha chiosato il più grande giuslavorista italiano, Pietro Ichino. Che sia vero o meno, lo possono testimoniare gli esempi che ognuno di noi ha avuto sotto gli occhi in quei giorni. La scuola ha brillato nell’eccezionalità, smascherando una normalità quasi primitiva. E lasciamo perdere per carità di patria il disastro combinato, ad esempio, nella sanità dai conflitti di competenze tra Stato e Regioni. Spesso, di incompetenze: non riuscire a dotare medici e poliziotti di banali mascherine di protezione non ci ha fatto certo onore.
Quindi attenzione ai bonus creati come elementi di distrazione di massa; e più attenzione al lavoro di officina che è ormai assolutamente necessario per muovere la macchina-Italia. È sostanzialmente ferma dagli anni Novanta, non da ieri. Difficile che ora possa sprintare come sarebbe necessario per raggiungere qualsivoglia obiettivo che ci porremo di fronte.

Fonte: Sir
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