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Normalità “vigilata” nelle case di riposo dell’epoca Covid

L’Adoa (Associazione diocesana opere assistenziali): protocolli di sicurezza e ingressi mirati

Parole chiave: Adoa (8), Case di riposo (10), Sanità (14), Covid-19 (29)
Normalità “vigilata” nelle case di riposo dell’epoca Covid

Da un lato scuole riaperte, lezioni all’università anche in presenza, mezzi pubblici più affollati e – novità – spettatori agli eventi sportivi, pur con limitazioni e rigide misure precauzionali. Dall’altro lato contagi in crescita: non certo come in primavera, né al ritmo preoccupante di alcuni Paesi europei (Francia, Spagna, Germania e Inghilterra sono quelli che se la passano peggio). In mezzo? C’è la quotidiana convivenza col nuovo Coronavirus, che alcuni settori vivono ancora con la massima attenzione.

È quel che accade, ad esempio, nelle case di riposo aderenti all’Adoa, l’Associazione diocesana opere assistenziali, che conta 19 sedi, per un totale di 1.568 ospiti accolti e una schiera di 1.300 operatori. Abbiamo chiesto a Tomas Chiaramonte, segretario generale di Adoa, di fare il punto della situazione.
– In attesa di un vaccino efficace, come si stanno organizzando le case di riposo della rete Adoa?
«Per i centri di servizio alla persona non è cambiato granché rispetto ai primi mesi del 2020: entrate ridotte al minimo, difese altissime, protocolli di sicurezza sempre in rigorosa applicazione e colloqui con i familiari su appuntamento, a distanza e con mascherina o con il plexiglas a piena protezione della salute dell’utenza. L’autunno, con la riapertura delle scuole, si prospetta come una stagione intensa, ma contiamo molto sulla comprensione e la responsabilità di tutti».
– Come si riuscirà a distinguere l’influenza stagionale dal nuovo Coronavirus?
«Una campagna vaccinale anti-pneumococcica è già stata messa in atto sul finire del mese di agosto, proprio per aiutare i medici a riconoscere i sintomi del Covid-19 in un periodo in cui normalmente siamo più esposti ai “mali di stagione”».
– Da fine febbraio siete in prima linea nel proteggere gli anziani fragili. La guardia resta sempre alta?
«Sì. I protocolli sono rimasti particolarmente rigorosi, anche perché sia l’Istituto Superiore della Sanità che il Comitato tecnico scientifico a servizio della Regione ha evidenze di una pandemia ancora presente e che deve essere gestita col massimo della cautela».
– Sono ripresi gli inserimenti di nuovi ospiti?
«Sì, ma molto lentamente rispetto al passato. Dopo aver fatto un tampone con esito negativo, l’ospite può avere accesso alla struttura, che provvede a far effettuare al medico un triage e una visita approfondita. Una volta superata la visita, l’ospite viene inserito in una zona isolamento, dove dev’essere accudito con le stesse precauzioni di un portatore di Covid-19. Trascorsi i 14 giorni di isolamento ed effettuato un nuovo tampone con esito negativo, può essere inserito nella vita di comunità».
– Le visite dei familiari ora come si svolgono?
«Nella maggior parte delle realtà si prende appuntamento e si vede il proprio caro al di là di una parete di plexiglas. Qualora non fosse presente, il colloquio deve avvenire mantenendo le distanze di sicurezza, senza possibilità di contatto e con la mascherina ben posizionata per tutto il tempo. Prima di accedere all’incontro è necessaria l’igienizzazione e la sanificazione delle mani; un addetto ai lavori deve monitorare che tutto avvenga secondo le regole».
– Oltre all’emergenza sanitaria, le vostre strutture hanno dovuto fare i conti pure con le difficoltà economiche generate dalla crisi, dai maggiori costi di gestione al blocco dei nuovi ingressi. La Giunta regionale di recente ha deciso di stanziare un contributo straordinario per sostenere la liquidità delle case di riposo e ha deciso di sperimentare una nuova quota sanitaria di accesso da 30 euro per i familiari che hanno un parente in attesa di essere accolto o già ospite, ma privo di impegnativa sanitaria. È sufficiente?
«Ogni tentativo di sostegno al comparto proposto dalla Regione è non solo auspicabile, ma necessario per consentire alle strutture per anziani di non piombare in una crisi di sostenibilità dei servizi che potrebbe essere definitiva. Parliamo di enti determinanti per la tenuta del sistema sanitario regionale, della vita delle famiglie e delle nostre comunità: intervenire con decisione, rapidità e semplicità, anche economicamente, per evitare che scompaiano o subiscano profonde trasformazioni è doveroso. Queste realtà si sono trasformate per necessità di tutti in veri e propri ospedali di territorio, in alcuni casi con dispendio enorme di energie e responsabilità».
– Che speranze nutrite per i mesi futuri?
«Ci auguriamo che arrivi al più presto il vaccino o qualsivoglia soluzione che consenta di ritornare a vivere senza paura e a rivedere baci, abbracci e carezze: quel linguaggio del corpo che, soprattutto per i figli e i coniugi delle persone anziane di cui ci prendiamo cura, nutre relazioni profonde». 

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