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Lockdown, assembramenti e Dpcm: cosa resterà nel nostro vocabolario

La sociolinguista Vera Gheno: la realtà si sedimenta nel parlato e durerà a lungo

Parole chiave: Vocabolario (1), Italiano (1), Covid-19 (43), Vera Gheno (2), Parole (2)
Lockdown, assembramenti e Dpcm: cosa resterà nel nostro vocabolario

Tamponare, lockdownspillover, droplet... Quante parole nuove ha introdotto la pandemia nel nostro lessico? Tante. Alcune le dimenticheremo, altre ce le porteremo dietro per sempre. Che impatto ha avuto sulla lingua il Covid-19?

Ne parliamo con Vera Gheno, sociolinguista specializzata in comunicazione digitale, che insieme a Carlo Cianetti conduce il programma Linguacce su Rai Radio1.

– A distanza di nove mesi, è cambiato il nostro modo di definire la pandemia? Se sì, come?

«Quello che si sta vedendo a livello linguistico è ciò che succede tutte le volte che accade un evento dalla portata mondiale: la realtà si sedimenta nella lingua. Dopo Chernobyl, ad esempio, tutti improvvisamente siamo diventati esperti di fissione nucleare, radioattività, contatori Geiger. È perfettamente normale, perché il nostro modo di capire la realtà è quello di nominarla. Parlandone, concettualizziamo gli avvenimenti e riusciamo a comprenderli. È accaduto lo stesso con l’attacco alle Torri gemelle o lo tsunami del 2004 nel Sud-est asiatico».

– Si sdoganano pure i tecnicismi, quindi?

«Sì, ci sono termini, prima non noti al grande pubblico, che escono dal lessico degli specialisti a volte per sempre, oppure cadono in disuso. Quando, a distanza di tempo, ci guarderemo indietro, noteremo nel 2020 un picco di lessico medico, ricorsi alla metafora bellica e tante voci legate alla salute. Anche se non sapessimo cosa successe quell’anno, dal tipo di parole ricercate su Google immagineremmo qualcosa legato alla pandemia. Il lessico incamera la realtà e fa da cartina di tornasole».

– Fin da marzo si parla appunto di Covid-19 come nemico invisibile da sconfiggere, di medici come eroi in trincea, usando un linguaggio militaresco; è normale, in tempi carichi di paure, o ci siamo fatti prendere un po’ la mano?

«La metafora bellica è la più facile da evocare, ma non è necessaria. Come ha sottolineato sul portale di Treccani il mio collega linguista Federico Faloppa, è una metafora molto dannosa, perché pone le persone in una condizione psicologica di docilità, per cui è tutto lecito. Provoca inoltre una proliferazione – senza senso – di nemici, a cominciare dai runner. Ma questa caccia all’untore non serve a niente: le cose brutte succedono, non occorre cercare un colpevole».

– Qualche colpa ce l’abbiamo anche noi giornalisti?

«Sono critica verso i mezzi di comunicazione quando usano quel tono catastrofico da “moriremo tutti”. I giornalisti hanno il privilegio di essere ascoltati, ma a volte si fanno prendere dalla fame di clic, dimenticando di essere i cani da guardia del buon senso, col compito di discernere».

– Oggettivamente, però, c’è stata molta confusione sul fronte delle fonti. Fino ad arrivare ai virologi che in tv confutano altri virologi...

«La disputa nel mondo scientifico fa parte del normale confronto. L’errore è stato pensare che fuori le persone lo sapessero, invece non è noto. Molti esperti, poi, si sono resi conto di non essere in grado di parla- re ai non esperti. Ecco, avere uno o più portavoce scientifici avrebbe aiutato».

– Come giudica invece la comunicazione di Giuseppe Conte?

«Il Governo si è trovato in una situazione nuova, va riconosciuto. Tolto questo, non mi è piaciuto il balletto dei Dpcm; in varie situazioni mi sono sentita presa in giro come cittadina, anche se ho sempre rispettato le prescrizioni. Certo, Conte paga il fatto di essere un avvocato e il lessico giuridico è pieno di arcaismi. Per vari motivi, forse talvolta non sapendo cosa dire, vi ha fatto un ricorso massiccio».

– Abbiamo imparato vocaboli nuovi, altri hanno assunto sfumature diverse (pensiamo a positivo). C’è qualche neologismo che ci porteremo appresso a lungo, secondo lei?

«Lockdown. Ci è arrivato già confezionato da Wuhan e l’italiano è una lingua molto accogliente nei confronti degli anglicismi. Lo stesso termine, cioè chiudere perché c’è una minaccia all’interno, come in una sparatoria a scuola, da noi non ha un corrispettivo: serrata nonrende, coprifuoco è più notturno. Lockdown è il nome proprio di questa situazione. Ha un retrogusto esotico, piace alla gente, che l’ha accolto anche non capendone il significato. Come quando si dà il nome a un uragano, ricorderemo il grande lockdown del 2020».

– “Andrà tutto bene”: un’espressione che rivela il nostro bisogno di aggrapparci alla speranza?

«Ha un fondo di verità: la pandemia non sarà la fine dell’umanità. Non lo trovo uno slogan stucchevole: in mezzo a una catastrofe sanitaria, la parola ci permette di narrare. Noi siamo unici perché non viviamo solo il presente, ma il passato e il futuro grazie alla parola. Personalmente, penso che andrà tutto bene, alla fine; semmai dissento dall’idea che ne usciremo necessariamente migliori».

– Qual è lo “spirito del tempo” che si respira sui social?

«C’è un po’ di tutto lì: l’incattivito, il complottista, lo spaventato, chi prende atto con stoicismo della situazione. Ciò che è cambiato con la pandemia è che ancora più persone sono confluite on line. Talvolta in modo improprio, come chi si sfoga in maniera disdicevole su Facebook. Molti pensano che i social siano di loro proprietà e in parte è vero, ma bisogna ricordarsi che sono come il balcone di casa nostra. Sul balcone ci andremmo nudi? No, allora stiamo attenti a quello che facciamo in rete».

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