
Erano molti gli occhi lucidi lunedì 23 agosto nella chiesa del Santuario della Divina Misericordia, un'architettura contemporanea alla periferia di Cracovia, consacrata da Giovanni Paolo II durante il suo ultimo pellegrinaggio in Polonia nel 2002. È inevitabile che provenendo dallo stesso Paese e restando accanto a una persona per più di quarant'anni si finisca alla fine per acquisirne gli stessi gesti o lo stesso accento, ma è altrettanto inevitabile che quando si tratta del segretario di Giovanni Paolo II, il cardinale Stanislao Dziwisz, si abbia l'impressione di ascoltare ancora la voce dell'indimenticabile Pontefice. E così anche nei 180 veronesi al loro primo giorno di pellegrinaggio, si è fatta strada l'emozione e la nostalgia per una persona che ha segnato profondamente la storia del mondo e la vita personale di molti.
Per i polacchi il card. Dziwisz, successore sulla cattedra di arcivescovo di Cracovia di Karol Wojtyla, è una sorta di "lembo del mantello" di Giovanni Paolo II. A confidarcelo è il suo segretario don Darisz Ras: «Quando lo incontrano tutti lo vorrebbero toccare. Se lasciassimo fare ci sarebbe una processione di gente». La disponibilità è infatti la prima qualità che colpisce di questo uomo che nell'ottobre del 1966 si sentì dire dal futuro pontefice: "Verrai da me, mi aiuterai..." e gli restò accanto fino al momento in cui gli coprì il viso irrigidito dalla morte con il fazzoletto bianco. Per la vostra cronista abituata a dover passare filtri e sopportare lunghe anticamere anche per semplici parroci è surreale poter scambiare qualche battuta in un angolo della sacrestia con "l'ombra" di Wojtyla. «Io sento ancora la sua presenza - confida parlando di Giovanni Paolo II -. E quando ci sono problemi o devo affrontare qualcosa di difficile dico: "Santo Padre, mi aiuti" e lui mi aiuta sempre. Credo che sia così per tutti coloro che lo hanno amato, basta guardare le migliaia di persone che pregano ogni giorno sulla sua tomba a Roma». Oggi la Chiesa sta passando un momento difficile a causa dello scandalo della pedofilia, non si è mai chiesto cosa direbbe papa Wojtyla in questo frangente? «Lui guardava e giudicava tutto con gli occhi della fede - risponde l'arcivescovo -. Certo la purificazione è necessaria, ma dopo le tempeste la Chiesa si è sempre ritrovata rinnovata e pulita, ancora di più unita a Cristo». A quando la beatificazione, eminenza? «Tutto procede bene. Non posso dire precisamente quando sarà concluso il processo. Non quest'anno, ma molto presto».
Una data che attendono trepidanti soprattutto i polacchi. Basta sentirli parlare per capire cosa significa per loro Giovanni Paolo II. Eva, la guida che accompagnava il quarto pullman di pellegrini, lo chiama come un amico, semplicemente Karol. Quando le chiedo cosa più le manca di lui, le lacrime iniziano a bagnarle il viso. «Ricordo il giorno che fu eletto pontefice - racconta -. Mia madre disse a mio padre: "Nel mondo c'è giustizia. Dopo le mille traversie del nostro popolo oggi abbiamo un Papa polacco!". La televisione diede una breve notizia, senza neppure citare il nome del cardinale. Poi furono sospese le trasmissioni. Ma noi sapevamo tutto da ore grazie al passaparola partito dai sacerdoti. Per strada ci abbracciavamo dalla gioia». «Quando è morto ho avuto la possibilità di partecipare ai suoi funerali - ricorda Malgorzata Alama -. Dopo la celebrazione tutte le persone sono tornate nelle loro città, e le strade ripulite, tutto è ritornato come prima Ma in Polonia la tristezza è rimasta a lungo. Durante le esequie tante persone si sono riunite sotto i grandi schermi presenti nelle città, nessuno voleva rimanere solo». «Cosa mi manca di più di lui? - conclude -. Quando ogni domenica usciva da quella finestra e seppur molto malato pronunciava qualche parola in polacco, noi ci sentivamo un grande popolo».
Elena Zuppini