
(del 29 agosto 2010)
di Alberto Margoni
Smontata la tenda, fatti salire sui van i trenta cavalli berberi, ritornate in patria sugli aerei le trecento persone del seguito, verrebbe da dire che il circo è finito. Ma siccome quella circense è un'arte, dunque una cosa seria, lungi da me voler offendere coloro che solitamente usano il grosso naso rosso per i loro spettacoli. Eppure, come definire altrimenti le celebrazioni del secondo anniversario del Trattato di Bengasi sottoscritto tra Italia e Libia, che dovrebbe (il condizionale è assolutamente d'obbligo) aver posto la parola fine a decenni di rivendicazioni e richieste di riparazione per la sciagurata avventura coloniale italiana in quelle che allora erano la Tripolitania, la Cirenaica e il Fezzan? L'assoluto protagonista dell'evento andato in scena a Roma è stato il colonnello Muammar Gheddafi. Uno che da quarant'anni ci prende per i fondelli, eppure trova sempre chi è disposto a "zerbinarsi" per lui, nella consapevolezza degli affari che si possono portare a casa. Se non è servilismo questo...
Non sono mancati gli imbarazzi e le critiche, massimamente nell'opposizione ma anche nel governo e nella stessa maggioranza. Soprattutto per l'intemerata lezione coranica inscenata dal leader della Grande Jamahiriyya araba di Libia popolare e socialista, davanti a centinaia di hostess reclutate alla bisogna con immancabile gettone, uscite dall'incontro con in mano il Corano e il Libro verde della rivoluzione. Un'opera di islamizzazione "tacco 12" (dalle calzature delle giovani partecipanti inquadrate dalla tv) arrivata sino ad auspicare che «l'islam dovrebbe diventare la religione di tutta Europa». Un'uscita provocatoria e inopportuna nella città del Papa, ma che è stata bollata come semplice folklore. Se così fosse, perché Berlusconi o un altro capo di governo nel suo prossimo viaggio sull'altra sponda del Mediterraneo non prova a dire che «il cristianesimo dovrebbe ridiventare la religione di tutta l'Africa?». Dubitiamo verrebbe considerata alla stessa stregua di una boutade e chi l'avesse pronunciata probabilmente non verrebbe scortato in forze... per andare in piazza a bersi un'aranciata!
Per non parlare dei tromboni che gridano ad ogni piè sospinto della laicità violata quando si esprime qualche esponente della gerarchia cattolica. Nei giorni scorsi non hanno detto una parola. Erano forse tutti in ferie a Cuba o in Corea del Nord?
Tra le numerose uscite di Gheddafi quella secondo cui le donne sono più rispettate nel suo Paese che in Occidente e, da ultimo, l'invito all'Europa a sborsare 5 miliardi all'anno (la stessa cifra promessagli dal nostro Paese in 25 anni) per bloccare le ondate immigratorie dalla Libia. E se così non fosse, chi ci assicura che i barconi carichi di disperati non tornerebbero a solcare le onde del Mediterraneo, anche verso l'Italia, nonostante il Trattato? Sull'affidabilità del colonnello nutriamo qualche dubbio.
Tra i commenti alla visita del leader libico, il sindaco Flavio Tosi ha sottolineato che «Gheddafi è un animale politico eccezionale. Ha i soldi, ha il petrolio e fa splendidamente l'interesse della sua nazione. Tocca a noi fare il nostro interesse. Il punto è questo». Ma ci chiediamo: chi deve fare gli interessi (almeno nel senso di difesa degli elementari diritti umani) degli immigrati respinti in Libia o di quanti sono entrati nel Paese in attesa di intraprendere la via dell'Europa anche dopo mesi di traversie? Per il ministro Maroni, intervenuto al Meeting di Rimini (ne riferiamo a pag. 3), «è compito della comunità internazionale occuparsene». Impegno di tutti, col rischio che diventi di nessuno. Del resto le denunce di Amnesty International sui metodi di violenza e tortura utilizzati nel Paese nordafricano non mancano.
Tuttavia, si sa, il denaro non puzza. E allora i molti che fanno o faranno affari con la Libia (principale azionista di Unicredit) non si preoccupano della mancata tutela dei diritti umani di quanti dimorano laggiù, salvo poi girare per i convegni di cui pullulano le località di villeggiatura nel periodo estivo per parlare di etica nella finanza e nell'industria, con immancabili citazioni dalla Caritas in veritate (l'ha menzionata pure Maroni laddove afferma che l'immigrazione è un fenomeno di gestione complessa).
Tralasciando la questione, peraltro non secondaria, di chi alla fine abbia pagato questo evento (ma la risposta è fin troppo scontata), seguito dalla tv di Stato come se fosse arrivato Barack Obama, viene spontaneo l'auspicio che le celebrazioni dei prossimi anniversari ci vengano risparmiate. Il circo è meglio vederlo sotto il tendone piuttosto che nei tg.