Far ripartire l'Italia iniziando dalla famiglia
Famiglia e maternità nel nostro Paese hanno un ruolo da cenerentole quanto ad investimento pubblico. Una quota pari soltanto all'1,2% del Pil, come Spagna e Portogallo ma peggio di Grecia (1,5%), Belgio (2%), Francia (2,5%), Germania (2,8%), per non parlare della Danimarca che vi dedica il 3,7% del proprio prodotto interno lordo. La media dell'Europa a 15 è del 2,1%, quella dei ventisette è del 2% (peggio dell'Italia sono solo Malta e Polonia).
I dati riferiti al 2007 emergono dalla Relazione generale sulla situazione economica del Paese realizzata dal ministero dell'Economia. E non può consolare più di tanto sapere che nel 2009 il dato è salito dello 0,2%, arrivando all'1,4% del Pil. Guardando alle voci di bilancio, lo scorso anno la spesa pubblica per gli assegni famigliari è calata del 4,3% a 6,39 miliardi, come pure l'indennità di maternità che - considerata unitamente a quella per malattie e infortuni - presenta un -2,5% rispetto al 2008. Il ministro Tremonti ha ventilato qualche segnale positivo per le famiglie, ma sempre con l'obiettivo principe della tenuta dei conti pubblici.
Di politiche per la famiglia e di welfare locale si è parlato settimana scorsa al Meeting di Rimini. Per il sindaco di Roma, Gianni Alemanno «non c'è politica della famiglia senza quoziente familiare con riduzione del carico fiscale. Non è un problema di risorse (in Francia lo introdusse De Gaulle subito dopo la guerre, in un momento non certo di prosperità), ma di scelta».
«Alla famiglia spetta un compito di responsabilità sociale, alla società uno di riconoscimento della dimensione famigliare». Così si è espresso Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni famigliari, una realtà alla quale aderiscono 50 associazioni. «Noi come forum stiamo chiedendo da anni che la società riconosca e sostenga questo luogo sorgivo del sociale - ha aggiunto -. Non per allungare la lista degli interessi particolari del sistema-Paese, non vogliamo essere uno dei tanti portatori di interessi. Il soggetto-famiglia in realtà viene prima, perché senza alimentarlo non si sostiene il tessuto sociale».
Per Belletti il sistema-Italia ha tenuto durante la crisi solo grazie alle famiglie e al fatto che molte imprese hanno una dimensione famigliare. «Dire che la famiglia è una risorsa, non è retorica, ma è comprendere come funziona il nostro Paese, chi è che lo tiene insieme. Vogliamo che ogni intervento venga letto a misura di famiglia, a maggior ragione il fisco». Salutando con piacere il fatto che nei 5 punti programmatici presentati dal presidente del Consiglio Berlusconi e sottoposti alla ripresa dell'attività politica alla fiducia del Parlamento, si intendono sostenere le famiglie, soprattutto quelle monoreddito e più deboli, adottando il quoziente famigliare, il presidente del Forum delle famiglie chiede al governo centrale «un fisco a misura di famiglia. Dalle Regioni auspichiamo un sistema di servizi, un rapporto famiglie-operatori di servizi che le veda dietro gli utenti».
Ovvero, per esemplificare non un settore disabili, un settore minori, bensì un settore minori e famiglia, «in una dinamica che legga la famiglia come luogo di risorse». Inoltre ha auspicato una legge per la famiglia in ogni Regione, sul modello di quella della Lombardia. «Noi vogliamo politiche promozionali e non assistenziali - ha affermato -. La sfida che noi poniamo non è settoriale, ma di rilancio del sistema». Ma anche i nuclei famigliari sono chiamati a prendere sempre più chiara coscienza di ciò che sono e «devono assumersi la responsabilità di ritornare nelle piazze, di avere voce. Troppo le famiglie sopportano, troppo tacciono continuando a fare il loro mestiere; troppo le famiglie di fronte a quello che passa in televisione stanno zitte e non fanno sentire la loro progettualità. Bisogna mettersi in movimento. E sono virtuosi quegli esempi in cui un gruppo di famiglie riempie di vita il giardino del proprio quartiere. Non bisogna aspettare che arrivino gli operatori del Comune. Bisogna riprenderci in mano le piazze, le strade delle nostre città e questo lo devono fare le famiglie insieme. In questo senso l'associazionismo familiare è molto importante».
In precedenza Caterina Tartaglione, presidente del sindacato delle famiglie (Sidef) aveva sottolineato il ruolo della famiglia come soggetto di coesione sociale, auspicando politiche famigliari che mettano in pratica «il principio di sussidiarietà, ovvero attuando alcuni interventi in modo da non sostituire ma da sostenere e potenziare le funzioni proprie ed autonome della famiglia che sono: procreazione, educazione, cura della persona». Ma oggi «chi mette al mondo i figli diventa più povero e la procreazione è, paradossalmente, un lusso per pochi. La cura non è riconosciuta, anche se il 90% degli anziani e delle persone disabili vive in famiglia. Nel campo educativo non esiste la libertà di scelta, a meno che la famiglia non sia disposta ad enormi sacrifici economici. L'assurdo è che le famiglie diventano sussidiarie allo Stato, perché gli fanno risparmiare più di 6 miliardi di euro all'anno, essendo circa un milione i ragazzi che frequentano le scuole paritarie. Queste spese non solo non sono detraibili, ma il fisco potrebbe valutarle come parametro di ricchezza per il redditometro, ovvero come una ricchezza privata e non come una risorsa disponibile per tutta la società».
Tra le proposte avanzate, quella di «un sistema di deduzione dal reddito pari al reale costo di mantenimento di ogni soggetto a carico» e una reale conciliazione famiglia-lavoro.
Un invito a prestare attenzione al rischio di dare alla politica un'importanza troppo rilevante, col rischio che poi l'attesa venga frustrata, è giunto da Luca Pesenti, ricercatore di Sociologia generale all'Università Cattolica di Milano. «La politica non è certamente in grado di determinare il maggiore o minore dinamismo della società - ha affermato -. Se correttamente interpretata può contribuire ad ampliare gli spazi della libertà. James Heckman, premio Nobel per l'economia nel 2000, ha dimostrato con chiarezza che, se si vuole ottenere sviluppo umano e, conseguentemente, sociale ed economico, il primo soggetto su cui investire è la famiglia intesa non come società a responsabilità limitata o a tempo determinato, ma luogo di relazioni durature capaci di generare al proprio interno elementi decisivi come la fiducia, o capacità non cognitive quali la perseveranza, la propensione al rischio, la motivazione, l'autocontrollo». Quindi ha presentato il caso di una trentina di Comuni inglesi che hanno adottato l'esperienza del personal budget, «ovvero le municipalità hanno deciso di consegnare anziché ai servizi, direttamente nelle mani delle famiglie i soldi in modo che possano decidere dove spenderli. L'80% del denaro è andato alle associazioni familiari e al non profit in cambio di servizi. Un concetto della politica intesa in senso antiperfettista, ovvero che non ha la pretesa di decidere la cosa migliore per le famiglie ma le mette in condizione di poter scegliere in base alle proprie esigenze reali».
Un esperimento simile è in corso, in piccolo, a Magenta, una cittadina dell'hinterland milanese. E l'esperienza lombarda della dote va in questa direzione. Inoltre ha ricordato che dal 2008 con la legge di riforma delle politiche sociali, la Lombardia ha definito la famiglia come unità di offerta. «Una definizione di portata rivoluzionaria - ha commentato il ricercatore - in quanto per la prima volta viene riconosciuto che la famiglia è il luogo dove possono essere offerti servizi ai propri aderenti, in termini educativi e di cura», ponendola alla pari del non profit, delle aziende profit e delle amministrazioni pubbliche. Ciò significa che se una famiglia, invece di mettere un anziano autosufficiente in una Rsa, lo tiene in casa, l'ente pubblico la sostiene, magari con un voucher.
Alberto Margoni