IL FATTO
di mons. Bruno Fasani
Una sala operatoria
trasformata in un ring
Si dice che la realtà sia sempre più grande dell'immaginazione e della fantasia. Se mai qualcuno ne dubitasse, la riprova l'abbiamo avuta nei giorni scorsi nell'anticamera di una sala operatoria in quel di Messina. Una sala dove due medici, degni epigoni delle gesta animalesche del cane e del gatto, hanno pensato bene di prendersi a botte, trasformando il luogo in un ring dove suonarsele di santa ragione.
La cosa sarebbe potuta anche passare sotto silenzio se non fosse che in quella stessa anticamera una signora trentenne con un parto incombente a rischio, stava aspettando per un cesareo d'urgenza. Attimi preziosi perduti (si parla di quaranta minuti) che hanno finito per farle pagare un prezzo altissimo, causato dall'imbecillità di due professionisti che fatichiamo a continuare a chiamare con questo nome. Alla fine, davanti ad un'emorragia devastante della donna, non è rimasto che asportarle l'utero, mentre per il neonato ci sono stati due arresti cardiaci. Un conto salatissimo. Lei non potrà più avere figli, mentre per il bambino non si è ancora in grado di accertare se vi siano stati danni cerebrali irreversibili. E se non fosse stato per il marito della signora che ha avvertito i carabinieri di quanto stava accadendo, la cronaca sarebbe probabilmente lì a raccontarci un funerale con due bare, dentro ad una chiesa e tanta ipocrisia a far da corona.
Non so quali provvedimenti adotterà la magistratura. Spero severissimi e inappellabili. Moralmente parlando l'unico provvedimento utile sarebbe quello di mandare questi medici a spalare lava sopra l'Etna. Quando dei professionisti che hanno in mano la vita degli altri si permettono questi comportamenti, sarebbe come tollerare un pilota d'aereo ubriaco o un conduttore del treno fatto di droga. Devono cambiare mestiere, senza attenuanti e senza scuse. La deontologia non va confusa con la professionalità, perché non basta la competenza per essere bravi medici se questa non si accompagna al senso di responsabilità e all'equilibrio complessivo.
Un riflessione questa che rimanda ad un tema di attualità in questi giorni: i test di accesso alla facoltà di medicina. Il questionario che gli studenti devono compilare riporta domande di cultura generale così strampalate e bizzarre che alla fine l'esito, a prescindere dai meriti soggettivi, risulta una specie di vincita al superenalotto. Sarebbe quanto mai urgente una riforma che valutasse il percorso scolastico dell'aspirante medico, ma anche alcuni quesiti capaci di mettere a fuoco la sua indole e il suo equilibrio complessivo.
Si è sempre detto che il medico, al pari del prete, ha un grande ruolo sociale, anzi, una vocazione. Ed è proprio l'equilibrio e la competenza che egli trasmette che ne hanno fatto nel tempo un punto di riferimento in un rapporto fiduciario paternalistico nel quale il paziente si consegnava pienamente alle sue mani, alla sua scienza e alla sua coscienza.
È difficile trovare nell'esempio di questi medici messinesi l'eco del giuramento d'Ippocrate e quella più ancora eloquente del servizio alla vita. Il marito della sfortunata signora ha dichiarato, con rassegnazione, che al Nord una cosa del genere non sarebbe mai accaduta. Forse l'amarezza gli ha infuso un eccesso di ottimismo. Ma è fuori dubbio che ancora una volta la mala sanità fa emergere scenari di un Sud, che fatica a lievitare, mostrando le tossine di un pressappochismo che non aiuta ad avere fiducia nelle istituzione e a far partire la voglia di riscatto. Aggiungendo, ai danni biologi, anche la fine della speranza.
Innalzare i limiti di velocità è innalzare un inno al disprezzo della vita
Se le auto valgono di più dell'uomo
Caro monsignore, il fondo di don Margoni, dal titolo "Se in autostrada si tolgono i limiti alla pericolosità", mi porta a meditazione.
Al volante di automobili ho passato una vita. Credo, quindi, in tutta modestia, di conoscere anch'io quanto sia pericoloso viaggiare sulle strade sotto l'aspetto della velocità eccessiva, sempre causa diretta o indiretta di incidenti.
Il direttore dimostra con dati alla mano che il nuovo provvedimento non comporterà alcun miglioramento viaggiando a 150 anziché ai 130 attuali. Solo otto minuti vengono recuperati in un tratto di 75 chilometri. E per questo misero guadagno di tempo, perché rischiare la vita? Non rimane che dargli ragione.
Personalmente vorrei umilmente aggiungere che l'innalzamento del limite a 150 è dovuto con tutta probabilità per favorire quelle case costruttrici di automobili pubblicizzate proprio per la loro alta potenzialità di rendimento. La velocità come simbolo di progresso e status symbol! Quant'è attuale "Il sorpasso", con Gassman attore.
Chi acquista queste macchine veloci, vorrà ben che qualche volta provi l'emozione nello sfruttare tutte le prestazioni del veicolo, andando forte, più di tutti. Dove, se non sulle autostrade? Non importa la vita propria e quella del prossimo. Ecco perché in Germania, come viene riportato nell'articolo, non ci sono mai stati limiti di velocità sulle autostrade. Proprio per favorire l'accesso delle vetture tedesche (invogliando ad acquistarle), dalle centinaia di cavalli-potenza.
A tal proposito si permetta anche a me di raccontare un episodio di vita vissuta.
Ai primi anni Sessanta, per un viaggio di lavoro, fui in Germania e potei esperimentare come viaggiavano i tedeschi sulle autostrade. Da spericolati! (per non adoperare un'altra parola sconveniente).
Guidavo una Volkswagen 140, quella dalla cosiddetta velocità di crociera, appunto a 140 orari se si voleva ottenere il meglio delle prestazioni, l'optimum.
Nonostante ciò tutti mi superavano. I "teutoni" possedevano le Mercedes, le Bmw, già in quel tempo reclamizzate per velocità superiori ai 170 (adesso per velocità ancor maggiori). Ecco il motivo principale per cui le autostrade tedesche non hanno mai avuto impedimenti (i germanici prendevano in giro noi che avevamo le seicentine). Non importa poi se di tanto in tanto ci sono incidenti, macchine accartocciate, tamponate, aggrovigliate sulle corsie... I feriti, forse i morti, non contavano nulla. Era più importante non far rallentare chi voleva andare veloce. L'uomo non conta nulla, conta di più giungere prima, non alzare mai il piede dall'acceleratore. Per andare dove? A coparse? La macchina sopra ogni cosa!
Piero Pistori
Credo anch'io che alzare il limite non serva granché. Oltretutto è solo l'abitudine che pian piano aiuta la nostra mente a sintonizzarsi automaticamente su velocità più basse. Io, che di natura avrei il piede pesante, mi accorgo che un po' alla volta l'obbligo dei 130 mi ha portato quasi automaticamente a capire quando sforo. Così come mi accorgo a fiuto quando un articolo è lungo abbastanza per farlo finire. Ripristinare la velocità a fisarmonica è un passo indietro sul versante dell'educazione con qualche vantaggio e molti svantaggi. Certo i costruttori reclamano per i loro potenti motori. Ma per i tanti cavalli delle macchine dei siori restano sempre le veloci praterie della vicina Germania.