Editoriale
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La demagogia della "vita degna"

Quando qualcuno si arroga il diritto di dire (e fare in modo) che una malattia inguaribile comporti necessariamente la sospensione delle cure, ci troviamo davanti il paradosso del piccolo Charlie

Parole chiave: Beghini (4), Fine vita (5), Persona (6), Shelley (1), Charlie (1)

«Come osi giocare così con la vita?» è la domanda-accusa che la “creatura” rivolge al suo “creatore” nel famoso testo di Mary Shelley che nel lontano 1818, all’età di 19 anni, scrive un fantasy dal titolo: ‘Frankenstein’. Mai come in questi giorni sotto la forza incalzante degli eventi e delle discutibili decisioni che riguardano il piccolo Charlie Gard, ci si rende conto che non si tratta solamente di una triste e infausta vicenda. Non è solo la storia particolare di un bimbo di dieci mesi e della sua famiglia. C’è molto di più. E non è solo questione che non c’è possibilità di guarigione o di miglioramento della situazione clinica del piccolo Charlie. Ciò che maggiormente sconcerta, è stata la sentenza dei giudici inglesi e della Corte Europea ossia che ogni azione volta al prolungamento di ‘simili condizioni di vita’ è giudicata illegittima. Attenzione che non è la valutazione (per altro plausibile) che il criterio di proporzionalità della cura adeguata alla condizione patologica del bambino, sia stato superato. Ma il fatto che il progressivo e inarrestabile deterioramento della funzionalità degli organi vitali, con il conseguente aumento di dolore e sofferenze, sia giudicato una situazione di ‘vita non degna di essere vissuta’. Per questo bisogna ricorrere alla soluzione più rapida possibile: game over, spegnere le macchine e non concedere false speranze ai genitori. Ma cosa ci sta dietro la sentenza? Anzitutto c’è una questione di linguaggio. Sempre più spesso si parla della ‘vita’ come se fosse un semplice oggetto indifferente al modo d’essere di quel soggetto, l’uomo, che si interroga e interviene su di essa. Mentre proprio affrontando la ‘vita’ giorno per giorno, è facile accorgersi come l’uomo non stia mai di fronte ad essa come se fosse un essere indifferente. Come se egli contemplasse dall’esterno un oggetto con il quale non ha alcun rapporto essenziale, verso il quale non dimostra alcun inter-esse se non quello della mera manipolazione. A questo livello lo schema tipicamente positivista del rapporto soggetto-oggetto rivela tutti i suoi limiti. La ‘vita’ non è mai ‘di fronte’ a me o a te. Una tale figura esistenziale non esiste. Essa non è in alcun modo concepibile come un oggetto neutro di fronte a un soggetto neutro «supposto padrone» direbbe Lacan. In tal senso la ‘vita’ non è mai ‘spettacolo’ così come l’uomo non è mai ‘spettatore’. L’uomo è un ‘attore’ che nel recitare la sua parte, porta ogni volta in scena se stesso. È una scena che lo avvolge e lo eccede. E lo eccede tutta la complessità del suo proprio modo d’essere. In questo senso non si tratta solo della vita dell’uomo, la vita che vive l’uomo, ma è anche la vita che l’uomo interroga, intorno alla quale si interroga, sulla quale decide di intervenire. Quando l’uomo parla della vita, a qualsiasi livello ciò avvenga, all’interno di un laboratorio scientifico, un centro di rianimazione o nell’aula di un tribunale, esso si trova fin dal principio coinvolto in una scena la cui trama è definita da paure e speranze, promesse e attese. Non vive più soltanto in un ambiente fisico ma in un universo simbolico e di conseguenza (è bene riconoscerlo) anche pericolosamente più complesso di quello governato dal semplice principio di causalità e dal nesso azione-reazione. Contro la mistificazione delle sentenze nelle quali qualcuno decide che c’è ‘una vita degna’ e di conseguenza, una vita ‘non degna’ di essere vissuta non bisogna stancarsi di interrogare il fine. Reagiremo ogni volta che la vita umana è minacciata, diceva Giovanni Paolo II. Contro tutti coloro che tendono a presentare la tecnica e i suoi interventi sulla ‘vita’ come qualcosa di ormai ovvio, evidente, naturale, e ultimamente neutrale, bisogna avere il coraggio e la forza di fermare il gioco riproponendo l’antico interrogativo: «Come osi giocare così con la vita?».

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